«La bestia nel cuore» supera la prova-fischi

Applaudito all’anteprima della stampa. La Comencini: «Sono sollevata, allora qui non sono tutti orchi»

Michele Anselmi

da Venezia

Viva la sincerità. «Stamattina avevo una strizza pazzesca. Adesso sono un uomo felice», confessa il produttore Riccardo Tozzi. «Mi avevano raccontato cose terribili. Sono sollevata. Non sono tutti orchi, allora!», esulta la regista Cristina Comencini. Con l'aria che tira a Venezia, la notizia è questa: La bestia nel cuore, secondo film italiano in concorso, dopo Faenza e prima di Avati, ha ricevuto un caldo, prolungato applauso all'anteprima per la stampa, ieri mattina. In molti, a partire da Raicinema che distribuisce e finanzia, temevano la solita razione di sghignazzi e fischi. Ne sa qualcosa il povero Placido, l'anno scorso seppellito dai «Buuu!» per il suo Ovunque sei. Invece no: anche le risate sono scattate al momento giusto, quando il film, molto drammatico ma trapunto qua e là di situazioni da commedia, le richiedeva. Magari significa che i famosi franchi tiratori appostati al Palagalileo, pronti a fucilare per partito preso i film italiani in gara, non sono poi così prevedibili o umorali, insomma una tassa da pagare alla cinefilia forsennata. Magari bisogna ricominciare a distinguere, riconoscendo che i fischi, per quanto antipatici o incongrui, fanno parte del gioco dello spettacolo.
Confortata dalla reazione dei critici (ieri sera trionfo in Sala Grande col pubblico pagante, e intanto il film esce nelle sale in 260 copie), la troupe di La bestia nel cuore s'è presentata al gran completo alla conferenza stampa. Erano in dodici al tavolo, tra regista, attori e produttori, più altri tre in platea. La più raggiante era naturalmente Cristina Comencini, figlia di Luigi, madre e già nonna, anche se non lo diresti mai: il viso, incorniciato da un caschetto di capelli biondi, è ancora quello di una ragazza indisciplinata e battagliera. «Io non sono mai andata ai festival perché faccio commedie. Per venire qui a Venezia ho dovuto girare un film serio», scherza, ma neanche tanto. Non che abbia rinunciato alla corda dell'ironia, affidata alla calibrata performance di Angela Finocchiaro, e però il tema è di quelli da far tremare le vene e i polsi. Per la serie: molestie sessuali in famiglia, sogni paurosi, traumi infantili, tradimenti e bugie. Spiega la regista: «Ho voluto raccontare la storia di una giovane donna, Sabina, che attraverso un incubo si mette in contatto con una parte sconosciuta di sé. Fino a stravolgere la propria vita. Solo scoprendo la realtà potrà ricominciare a vivere». Nel film Sabina è incarnata da Giovanna Mezzogiorno, nervosa e vibratile come sempre. Doppiatrice di telefilm, fidanzata con un attore frustrato che detesta la tv ma poi trova il successo girando una ridicola fiction ospedaliera, Sabina si scopre incinta nel momento più difficile della propria esistenza. «La seduzione del bambino appartiene all'umanità, nel bene e nel male», argomenta la regista sul filo del rasoio: «Sta all'individuo adulto riconoscere certe pulsioni segrete, per allontanarsene prima di provocare danni irrimediabili». Non così fece, tanti anni prima, il padre di Sabina e del fratello Daniele, rendendoli oggetto di attenzioni morbose, malate. Non a caso, una battuta cruciale del film recita: «Una cicatrice è un segno indelebile, non una malattia».
Ma un film non è solo il tema che agita. Così la regista, circondata dai suoi attori (oltre a Mezzogiorno e Finocchiaro ci sono Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Stefania Rocca, Giuseppe Battiston), si mostra particolarmente disponibile nel rivelare dettagli e curiosità. Come il taglio di una sequenza, altamente simbolica, ritenuta in un primo tempo cruciale: una cascata d'acqua alla Titanic che, in sincrono con il parto, irrompe nella casa impolverata dei fantasmi, sommergendo oggetti e persone. «Magari la ripristinerò per il dvd, insieme ad un'altra che ho tolto. Mi sembrava bella, riuscita. Ed è pure costata tanto. Ci ho ragionato sopra tutta l'estate, poi, alla vigilia della Mostra, ho deciso di eliminarla. Troppo catartica e compiaciuta. Il cinema non è psicoanalisi, deve stare attaccato ai personaggi per funzionare». Sorride Tozzi, che della Comencini è anche marito oltre che produttore: «Ancora non mi sono ripreso, mica era un rubinetto, ci sono voluti ettolitri d'acqua».