Bestie di Satana, il pm chiede cinque ergastoli

Chieste pene più severe nel processo di secondo grado per la setta di giovani lombardi accusati dell'omicidio di di Mariangela Pezzotta, Fabio Tollis, Chiara Marino e dell’induzione al suicidio di Andrea Bontade

Milano - Cinque ergastoli per quattro imputati e una riduzione di pena per un quinto indagato. Sono queste le richieste di pena avanzate oggi dal sostituto procuratore generale Paola Capobianco ai giudici della seconda Corte d’Assise d’Appello di Milano nel processo a carico di cinque imputati accusati dell’omicidio di Mariangela Pezzotta, Fabio Tollis, Chiara Marino e dell’induzione al suicidio di Andrea Bontade che si schiantò in auto nel settembre del 1998. Per Nicola Sapone, già condannato a 2 ergastoli, il pg ha chiesto la conferma del verdetto di primo grado. Per Eros Monterosso, Marco Zampollo e Paolo Leoni, in primo grado condannati a pene che vanno dai 24 ai 26 anni, l’accusa ha chiesto oggi l’ergastolo. Unico sconto di pena sollecitato ai giudici riguarda Elisabetta Ballarin, condannati in primo grado a 24 anni e 3 mesi, per la quale oggi il pg ha chiesto 23 anni di reclusione.

"Uccidevano per riempire il vuoto delle loro vite" "Uccidevano perchè dovevano riempire il vuoto pneumatico delle loro vite". E ancora: "Era un gruppo compatto che si muoveva all’unisono in nome di una ideologia creata da loro stessi, un misto di satanismo, esoterismo e musica metal. Facevano del male per sentirsi invincibili e per questo davano la morte". Usa parole dure il sostituto procuratore generale, Paola Capobianco, per descrivere le responsabilità dei cinque imputati, che ascoltano le parole chiusi in gabbie, separati uno dall’altro. In particolare il sostituto procuratore generale punta il dito sull’uomo ritenuto "il capo", e cioè Nicola Sapone, già condannato in primo grado a due ergastoli. "Era Sapone l’istigatore - afferma l’accusa - e in lui non c’è mai stato segno di un minimo rimorso. Del resto è un soggetto che è stato capace di atti di gratuita crudelta". 

"Le regole del gruppo: solidarietà e omertà" Secondo la ricostruzione del Pg, gli imputati avrebbero fatto parte di un gruppo in cui vigevano due principi cardine: "La solidarietà" e "l’omerta": la prima necessaria per compattare gli intenti criminali, la seconda che, a detta della Capobianco, spiega il concorso morale di chi non partecipò all’esecuzione materiale dei delitti. Il magistrato si è poi soffermato sulla suddivisione del ruolo all’interno di un gruppo "compatto", soffermandosi sulla figura di leader che avrebbe avuto Leoni, il quale "non si sporcava le mani da vero capo, ma si serviva di altre persone". Per questo, non ci sono dubbi da parte del Pg nell’attribuirgli il concorso morale. "Nel rilevare questo atteggiamento di omertà, decisive sono anche le intercettazioni telefoniche nelle quali gli imputati usano un linguaggio criptico".