Il bestseller della Tamaro in scena evoca Cechov

da Roma

Dopo il memorabile successo di Va’ dove ti porta il cuore, il suo bestseller che, tra l’Italia e il resto d’Europa, ha doppiato il traguardo di due milioni e mezzo di copie interessando anche il cinema nella persona di Cristina Comencini regista e Virna Lisi interprete, ora l’infaticabile Susanna Tamaro ha trasformato quella storia familiare dove si alternano, tra smarrimento e ricordi, tre diverse generazioni di donne in una pièce bitter sweet sul tema della memoria. Con l’aiuto dell’inseparabile Roberta Mazzoni e di una regista di punta come Emanuela Giordano, l’autrice ha piegato il suo linguaggio dolce e suadente alle leggi inderogabili del teatro. Con una scrittura più secca e impietosa di quella che avevamo conosciuto scorrendo le pagine del suo libro-elegia, la scrittrice al suo debutto scenico sembra attingere più allo spirito di Cechov che a quello, percepibile tra le sue righe, di un atterrito grido d’allarme lasciato in eredità, tra malinconia e pudore, a chi verrà dopo di noi. Sulle prime, la visione di quel trio formato da nonna, figlia e nipote che la narrazione collocava a Trieste, estremo limbo della provincia italiana, ci trova piacevolmente stupiti ma soprattutto curiosi. Possibile, ci chiediamo, che Olga, la nonna alto borghese che per tutta la vita ha alternato ai soufflé in cucina le belle maniere in salotto, abbia il volto, il passo, la voce di una matriarca come Marina Malfatti... Una dama d’alto bordo che snocciola con eleganza le sue frasi muovendosi con la grazia di una mannequin dentro un completo oro pallido che pare uscito dalla factory di Giorgio Armani? E che Agnese Nano, la figlia contestataria e ribelle, vittima degli slogan sessantottini, la contrasti avvolta in bianche vesti da catecumena più che da pasionaria? Eppure, basta un guizzo di luce sulla freschezza impetuosa ed acerba di un’attrice nata come Carolina Levi, la nipote che rappresenta il futuro, perché lo spettacolo si animi d’improvviso. Costringendoci all’ascolto, obbligandoci a vagliare le ragioni della madre e i risentimenti della figlia, filtrati dallo sguardo limpido e suadente della testimone più giovane. Che come un angelo scompagina le fila del teorema costruito con pazienza certosina dalle due signore che l’hanno preceduta nella scala della vita. Rendendo plausibili persino gli scoppi d’ira repressa che Nano-figlia, con una veemenza spesso fuori controllo, scarica come un pugile sul capo di Malfatti-madre, a torto accusata di superficialità e frivolezza. Tanto che il meglio di questa bella prima prova d’autore va equamente suddiviso tra ciò che Carolina cela con humour tra le pieghe del suo sproloquio esagitato ma affettuoso e l’ironia in punta di penna sfoggiata con rara sapienza da Malfatti-Olga. Un’interprete che, al culmine della carriera, ha trovato tra i fasti della maturità e i rimpianti cocenti dell’età di mezzo il giusto equilibrio da conferire a queste figurine umiliate e dolenti che, tra i turbini della vita, riescono a conservare un’accorata innocenza in bilico tra lutti, abbandoni e miserie.
Perfetta prova per una gran serata mondana costellata di saluti e applausi.