Betancourt: improprio il Nobel per la Pace

Caro Granzotto, resto un po’ frastornato dalla vicenda Betancourt. Nel tripudio, al quale mi unisco, per la sua liberazione dopo sei anni di cattività nella giungla, si trascurano i precedenti e cioè perché la Betancourt è finita nelle mani del Farc. Né si insiste sul fatto che il Farc è una organizzazione guerrigliera dichiaratamente comunista. Si dice molto invece delle battaglie della Betancourt contro il narcotraffico, ma non mi sembra che ciò sia da collegarsi al rapimento. Infine mi chiedo il senso della dichiarazione del ministro Frattini secondo il quale la Betancourt merita il Nobel per la Pace in quanto «simbolo vivente di come la pace, la moderazione e un messaggio di riconciliazione possano essere diffusi in tutto il mondo». Pace con chi? Riconciliazione con chi? Con i narcos?



Che qualcuno abbia calcato un po’ la mano nel tripudio, al quale anch’io mi unisco, va da sé, per la liberazione di Ingrid Betancourt, è indubbio, caro Colombo. Ma sei anni di prigionia nella jungla, come la chiama lei, giustificano tutto. O quasi tutto. Giustificano epinici struggenti come quello di Elena Stancanelli sull’Unità - «almeno per oggi tacciano i cantautori del virtuale, i filosofi dell'apocalisse, i poeti del nulla e del mai più». Chissà con chi ce l’aveva - e le appassionate celebrazioni della «mujeruia» - se esiste il corrispettivo femminile dell’«hidalguia» -, insomma, di quella «mujer vertical» della Betancourt. «Nessun uomo - ha scritto la brava Annalena Benini del Foglio per farci capire quant’è tosta quella donna - avrebbe costruito uno step coi rami per fare palestra durante il sequestro». Lasciandoci poi nel mistero dei capelli «massacrati dalla denutrizione, dalla malaria, dal dolore che spezza le vene» eppure «lucenti, vivissimi». Giustificata anche la reticenza nel ricordare che nonostante il governo e l’esercito colombiano l’avessero messa in guardia sui rischi che correva, Ingrid Betancourt andò volontariamente a cacciarsi nei guai introducendosi nella roccaforte del Farc. Che sta per Fuerzas Armadas Revolucionaria de Colombia - Ejército del Pueblo, una delle storiche formazioni guerrigliere di matrice comunista. Sei anni di jungla sono sei anni di jungla, e step o non step tutto sommato poca importa se una se le è andata a cercare e che di che colore sia la banda di delinquenti che ha proceduto al sequestro.
È la faccenda del Nobel che anch’io non capisco, caro Colombo. Non del Nobel in quanto tale, ma del Nobel per la Pace che, a furor di società civile, si pretende sia assegnato alla Betancourt. Vabbè che lo scorso anno lo hanno dato a quel pallonaro di Al Gore, ma un livello ancorché minimo di pensiero e di opere a favore della pace dovrebbe essere richiesto per meritarsi quell'onorificenza. «Dialogare» - o cercare di farlo - con una controparte in armi a me pare davvero un po' poco. Perché se quello è il metro, ci sarebbe la fila davanti alla porta dell’Accademia delle Scienze svedese, con in testa «le due Simone» e subito dietro Bertinotti, del quale son note le frequentazioni con lo zapatista sub comandante Marcos. Ma anche così, sia, caro Colombo. In fondo non è niente male che il Nobel per la Pace vada a una pacifista che non cessa di render grazie a Dio e all’esercito, ai soldati in armi, per averle restituito quella libertà che il «dialogo» si ostinava a negarle.