Betancourt, l'ex ostaggio antipatico a tutti. "E' perché sono una donna forte"

Ingrid Betancourt arriva all’appuntamento in ritardo. All’aeroporto le
hanno perso la valigia. Poi arriva, sorride e sembra meno antipatica di come è stata descritta dai suoi
compagni e dalla sua assistente quando era prigioniera, dai giornalisti
quando è uscita

Ingrid Betancourt arriva all’appuntamento in ritardo. All’aeroporto le hanno perso la valigia. Pensi in automatico al pigiama, allo spazzolino, alle creme che usi, a come ti sentiresti senza la valigia. Poi arriva lei, sorride e sembra meno antipatica di come è stata descritta dai suoi compagni e dalla sua assistente quando era prigioniera, dai giornalisti quando è uscita. «Non so perché sembro antipatica, forse è perché sono una donna forte. I miei compagni erano feriti dai continui annunci; per radio sempre e solo il mio nome. Mai una parola su di loro. Dovevo capirlo prima». La Betancourt è così: si rimprovera spesso, è severa, è autocritica, lo fa anche nel libro in cui racconta gli anni di torture, Non c’è silenzio che non abbia fine, Rizzoli. «Mi sono adattata a condizioni peggiori. Una valigia non sarà certo un problema». Ingrid Betancourt è una sopravvissuta. Nel 2002 è stata catturata dalle Farc e trascinata nella foresta. «All’inizio credevo che sarebbe durato poco». È durata sei anni, chiusa nelle gabbie della jungla colombiana, tra fango, insetti e malattie di ogni tipo, ha tentato di scappare, testarda e cocciuta. «Non ho mai smesso di sperare, ho avuto paura di morire ma mai di finire così». È questo che forse gli altri non capiscono di Ingrid. Lei non molla mai, non si fa mai intimorire. Ogni volta l’hanno ripresa e ogni volta era peggio. «Ridevano e ripetevano che sarei tornata a casa quando i capelli mi sarebbero arrivati alle caviglie». Ingrid racconta e le scendono le lacrime quando parla di suo padre. «Ho saputo che era morto leggendo un giornale usato per avvolgere la lattuga». Il dopo prigionia ti fa quasi paura. «Ero incatenata a un albero per il collo e mi mancava tutto, ma avevo capito che mai mi avrebbero portato via la libertà di decidere che tipo di persona volevo essere». Ripensi alla valigia che non è arrivata. E sembra un’inezia.
Dove vive adesso?
«Non ho ancora un posto fisso dove stare. Devo decidere. Per ora non voglio tornare in Colombia. Il mio Paese mi fa ancora troppo male. Vorrei un posto dove non vengo guardata con occhi diversi. Per un po’ vorrei essere solo Ingrid».
Tornerà a fare politica?
«No. Ho smesso».
Qual è il ricordo più doloroso?
«Aver saputo della morte del mio papà per caso. Il modo in cui mi hanno trattato. Senza dignità, senza umanità. Si sono divertiti a osservare la mia reazione davanti a quell’orrenda notizia che si leggeva a fatica».
Come si mantiene la guerriglia colombiana?
«Con la droga. I proventi della droga venduta in Italia vanno a loro. Le Farc sono ricchissime».
I guerriglieri si proclamano comunisti. È così?
«Dicono che stanno dalla parte dei contadini. Ma non è vero. Li sfruttano, li fanno lavorare nelle coltivazioni di droga. Li tengono in uno stato di semi schiavitù».
Per questo non cercano la tregua politica?
«Non sono più interessati a una mediazione politica, perché gestiscono il loro territorio nell’illegalità. La battaglia per gli ideali è un grande bluff, un inganno».
Le Farc sono finanziate dai regimi socialisti o comunisti come il Venezuela o Cuba?
«Non lo so, e se lo fanno sbagliano. Le Farc sono solo un gruppo di narcotrafficanti. Chavez ha trattato con loro per liberarmi. Ora però la situazione è cambiata».