Bette, la Strega di Hollywood

Dalla sua non aveva certo la bellezza, complici i suoi famosi grandi occhi sporgenti incastonati su un fisico minuto; per non parlare del suo carattere spigoloso e difficile, figlio di una personalità forte che non le faceva accettare facili compromessi. Eppure Bette Davis (pseudonimo di Ruth Elizabeth Davis) ha saputo ben sfruttare questi suoi apparenti limiti, coniugandoli in maniera perfetta ed intelligente al suo inestimabile patrimonio espressivo, regina assoluta di quel Mélo, genere tormentato che decanta l’amore infelice, di cui è stata divina interprete. In occasione del centenario della sua nascita, il Comune di Milano organizza, da oggi al 15 giugno, al Cinema Gnomo, la rassegna Bette Davis, schiava d’amore, occasione per rivedere alcuni dei suoi personaggi più rappresentativi: donne enigmatiche, subdole ed infide, perfide e gelide, altere e bizzose, eppure affascinanti ed irresistibili. Nata da padre inglese e da madre francese, Bette (la chiama così la madre dopo aver letto La cugina Betta di Balzac) viene abbandonata, molto piccola, dal papà. Dopo un approccio iniziale con la danza, scopre rapidamente il suo grande amore per la recitazione. Un talento come il suo finisce, inevitabilmente, per imporsi all’attenzione di critica e pubblico, tanto da meritarsi sui palcoscenici di Broadway il premio quale miglior giovane attrice dell’anno. Parte alla volta di Los Angeles in cerca di un ingaggio ma dovrà fare i conti con i pregiudizi di chi la considera troppo brutta, come Samuel Goldwyn, il produttore della Universal.
Il 1932 diventa l’anno della svolta: abbandonati gli Universal Studios, Bette firma un contratto di sette anni con la Warner Bros che la scrittura per «il suo talento pur con il fascino di Stanlio e Ollio messi assieme». La sua consacrazione a star arriva nel 1934 con la straordinaria interpretazione di una donna cattiva in Schiavo d'amore, film per il quale meriterebbe l’Oscar, tanto da indurre la critica a considerare la sua performance come la migliore mai registrata da un’attrice americana sullo schermo. Deve però aspettare l’anno successivo per portare a casa la meritata statuetta con Paura d'amare.
La sua personalità da primadonna la porterà a rifiutare molti copioni da lei ritenuti poco adatti e convenzionali dando vita a storiche litigate con i produttori. Riesce quasi sempre ad ottenere ciò che vuole, tranne che battere Vivien Leigh per la parte di Rossella O'Hara in Via col vento. Per rifarsi dello smacco, pretende una parte su misura, con indimenticabile abito rosso scollato e seducente, in Figlia del vento, pellicola che le consegnerà il suo secondo Oscar. Negli anni Quaranta, il suo rapporto con la Warner si deteriora e la sua carriera sembra destinata ad una parabola discendente interrotta, nel 1950, da Eva contro Eva, nel quale la Davis dà il meglio di sé interpretando una diva teatrale sul viale del tramonto; performance che le valse una nomination all'Oscar e la Palma d'Oro a Cannes. Negli anni successivi alterna televisione a cinema, regalando al suo pubblico gemme come Che fine ha fatto Baby Jane, recitato al fianco di Joan Crawford, sua grande e storica nemica. Trova il tempo per lavorare anche su due set italiani, in particolare nell’apprezzato Lo scopone scientifico a fianco di quel Sordi da lei liquidato come maleducato provinciale. Nell’83 viene colpita da un cancro al seno, inizio di una catena di malattie che la porterà alla morte, sopraggiunta a Parigi il 6 ottobre 1989. Al suo attivo anche quattro matrimoni, un aborto, due figli adottati ed una naturale, Barbara, che nell’85 descrisse sua madre come una isterica alcolizzata, una nevrotica incapace di amare. Una solitudine, artistica e privata, che non le impedì di diventare una stella di assoluta grandezza.