Bettini: "Basta pedali Ora vado a motore"

"Il ciclismo è bello ma faticoso. Per correre devi avere fame. E io non ne avevo più. Adesso penso a volare e poi farò un rally"

Milano - Il mare ce l’ha a due passi da casa, ma per il momento il passato e il futuro di Paolo Bettini, due volte iridato, uno dei più grandi cacciatori di classiche di tutti i tempi, è tutto condensato tra terra e cielo, «non è detto però che un giorno non possa dedicarmi anche agli “offshore”…», dice divertito l’oro di Atene Paolo Bettini, che dal 1° di gennaio è a tutti gli effetti un ex corridore professionista.

«Tornare a correre? Ho almeno tre-quattro anni per pensarci», dice divertito il 34enne livornese sceso di bicicletta lo scorso 28 settembre a Varese, al termine della cavalcata iridata di Alessandro Ballan, e che incontriamo al palazzo dello sport di Camaiore per il «premio Sport», da lui vinto per la seconda volta in carriera.

«Come si vive da ex? A ben pensarci è una sensazione nuova che sto provando solo da qualche giorno, da quando gli altri sono tornati ad allenarsi seriamente, e io ho lasciato la mia bicicletta in garage. Ma se devo essere sincero io sono sempre di corsa, di cose da fare ne ho davvero un sacco». Impegnato ad organizzare il Gp Costa degli Etruschi in programma il prossimo 7 febbraio e che aprirà ufficialmente la stagione italiana, costantemente immerso nella sua terra, tra bestiami e ulivi. Poi ci sono i superleggeri a riempire le giornate del piccolo grande uomo toscano accolto a Camaiore come una star del rock, in un palazzetto dello sport gremito in ogni ordine di posti da una montagna di ragazzi delle scuole medie superiori. «È bello vedere quanti ragazzi amino ancora questo sport nonostante tutto…», dice.

E nonostante la amino così tanto, hai deciso di appendere la bicicletta al chiodo…
«Questo è uno sport faticoso e occorre avere grandi motivazioni per poter andare avanti. Io penso di essermi tolto in questi 28 anni di agonismo, tra attività giovanile e professionistica, molte soddisfazioni e francamente ho sentito dentro di me poco appetito. Quando non si ha fame, non si mangia».

Armstrong però, dopo sette Tour consecutivi torna…
«Io, al suo posto, avrei fatto altro. E poi non si può sempre mangiare la stessa minestra, a me piace cambiare, conoscere, esplorare. Mi piace volare e il cielo sarà uno dei miei nuovi territori da esplorare. Poi c’è la terra, intesa come campagna, ma anche come ciclismo, perché dopo 28 anni non si può dimenticare da dove si è partiti e dove soprattutto si è arrivati. Quindi ecco un impegno come consulente e uomo immagine per il Gp Costa degli Etruschi. Poi c’è una moto Rai che mi attende al Giro del Centenario. Seguirò cinque-sei tappe, poi farò quello che mi diranno di fare: la cosa bella è che seguirò un Giro d’Italia senza fare tanta fatica. E infine ci sono i rally. Sto studiando da pilota, con Luca Rossetti della Abarth, con il quale ho già corso il rally di Monza. Debutterò a marzo al rally di Liburna, nella zona di Cecina, in coppia con Franco Ballerini, il ct azzurro. Io pilota, lui navigatore. La macchina? Una Abarth Super 2000. Sto facendo molte prove, anche in notturna. Mi sto applicando moltissimo».

Insomma, è il Valentino Rossi del ciclismo…
«Magari. Lui è uno sportivo universale, il più grande motociclista di tutti i tempi, che è anche un drago nei rally, io cerco solo nuove emozioni, nuovi confronti».

Insomma, non si annoia…
«Io non mi sono mai annoiato in vita mia, ho sempre trovato qualcosa da fare. Da corridore la cosa che più mi pensava era allenarmi. Detestavo farlo da solo, dovevo essere sempre in compagnia. Anzi, a ben pensarci se non fosse necessario allenarsi io correrei ancora».

Cosa le resta della sua carriera?
«Tutto. Le vittorie, tante e tutte belle. Ma anche le sconfitte e i momenti terribili: dal mondiale di Salisburgo alla morte di mio fratello Sauro, otto giorni dopo».

La vittoria più bella?
«Atene, la vittoria olimpica. Poi metterei la Liegi del 2000, quella della svolta, e poi la prima maglia iridata a Salisburgo».

Gli amici più importanti?
Davide Bramati, Luca Paolini, Matteo Tosatto e Andrea Tonti: quattro compagni di squadra che nella sostanza sono soprattutto quattro grandi amici. Ma un grazie particolare va a tutti quelli che hanno lavorato per me in questi anni, perché Bettini da solo non sarebbe andato da nessuna parte».

Il terreno che prediligeva?
«Quando stavo bene, mi difendevo su tutti i terreni. Anche in salita non ero niente male: fin quando si vedevano i castagni ero uno tosto…».

Sarà una sfida a due il Giro del Centenario?
«Credo di sì, Armstrong e Basso sono un gradino più in alto di tutti. Però bisogna vedere se verranno Sastre e Evans e con quali ambizioni e lo stesso discorso vale anche per il russo Menchov, anche se io vedo meglio di tutti Ivan».

Come giudica i ritorni?
«Io penso siano degli errori: pronto a sbagliarmi».