Bettini: "Cerco un tris mai visto"

Domani a Varese il campione toscano insegue l'impresa mai riuscita a nessuno: vincere il terzo mondiale di ciclismo di fila. Spagnoli permettendo, ovviamente. C'è anche Pechino da vendicare. "La strategia? La fanno i pedali..."

Varese - Otto milioni di euro spesi per portare il Mondiale in Italia. Un corridore italiano che può sconvolgere la storia vincendo il terzo titolo iridato consecutivo, operazione mai riuscita neppure a quell'onnivoro di Merckx. Sì, c'è veramente tutto per una giornata memorabile. Soltanto un fastidioso dettaglio può rovinare l'irripetibile idillio nazionale: la sconfitta di Bettini. Pover'uomo, il toscanello: nella sua vita d'atleta ha vinto di tutto, più volte, eppure si ritrova come ad un punto di partenza, come se qualunque cosa fatta sinora non valesse niente al confronto di quello che ancora deve fare. Terzo Mondiale di fila, nel Mondiale italiano: tutto questo peso sulle sue minuscole spalle. Lo danno fortissimo, lui stesso si racconta molto più forte dell'anno scorso e dell'altro anno ancora, in occasione delle strepitose vittorie iridate di Salisburgo e Stoccarda. Ad assisterlo, una squadra tutta per lui, con gli stessi Ballan, Rebellin e Cunego disposti a farsi umili servi. Il quadro è perfetto, manca solo l'inno con l'alzabandiera.

Si sarà allora già intuito quanto greve sia la grana che attende Bettini. Proprio questi ingredienti ideali per la giornata memorabile possono improvvisamente trasformarsi nella miscela ideale per una giornata maledetta. Sappiamo come funziona, troppe volte lo abbiamo visto in pratica: quando tutti ci aspettano, quando tutto concorre a designarci vincitori annunciati, noi italiani svalvoliamo. La formula usata dal bravo cronista, in sede di disastro, è ormai leggendaria: «Schiacciati dal peso del pronostico».

Ecco, è questo il problema di Bettini: troppa attesa, troppo ottimismo, troppo di tutto. Ce n'è abbastanza per non dormirci la notte e per dormire di giorno, in corsa. Incombono precedenti a raffica. Come venirne fuori? Come superare i sinistri presagi del trionfo scontato? Come vincere davvero una corsa già troppo vinta?
C'è un modo solo: il modo Bettini. Non per niente è campione e purosangue: un illustre esponente di quel genere d'umanità che nessun peso riesce mai a schiacciare. Più c'è pronostico, più c'è attesa, più c'è stress, più questo genere d'umanità si esalta e si rafforza. Così, questo, è Bettini. Il campione che vince quando deve vincere. E se perde, non è certo perché finisca «schiacciato dal peso del pronostico». Di quel peso si libera già sulla linea di partenza. Come gli riesce? Applica il suo schema, specialissimo e disincantato: sa quant'è importante il ciclismo, sa che c'è altro nella vita.

Si spreme per correre, ma quando la corsa è finita pensa ad altro. Alla famiglia, ai suoi uliveti toscani, alla passione per il volo. Anche alla vigilia del giorno più lungo, mentre tutti lo guardano in un certo modo, come a dirgli guarda che qui lavoriamo da mesi tutti quanti per te, si presenta concentrato e disincantato come sempre. «Conosco bene la situazione: c'è il Mondiale in Italia, c'è questa storia del terzo titolo consecutivo che mai nessuno ha vinto, c'è la sconfitta di Pechino ancora fresca, c'è questa Spagna che vince tutto e che merita una bastonata: non si può dire che manchino gli stimoli. Io sto bene, non ho nulla da rimproverarmi. Vediamo come va».

Gli viene chiesto che cosa regalerà alla sua bimba, Veronica, in caso di trionfo: «Casualmente, compirà 5 anni proprio domenica. Ma non cambia nulla: giustamente, lei del Mondiale non sa che farsene. Non può un Mondiale cambiare il regalo di una bambina. Che io vinca o che perda, lei avrà il suo regalo». E l'impresa storica del tris? «Ci penserò dopo. Magari impiegherò qualche anno a comprendere il senso...». Quanto alle sottili domande sulla sofisticata strategia, la risposta è degna dell'individuo: «Che ne so. Purtroppo o per fortuna, spesso mi partono prima i pedali del cervello...».

Purtroppo anzi per fortuna, l'Italia ha un campionissimo che affronta i drammoni dello sport con la forza dei nervi distesi. E con il giusto senso del limite. L'unica strada buona per andare oltre tutti i limiti.