Bettini, l’imperatore che ha firmato la resa della Capitale

Simbolo del "modello Roma",
anello di congiunzione
fra veltroniani e rutelliani,
è considerato dai suoi il regista
della doppia batosta elettorale<br />

Roma - Ieri las ua analisi del voto è stata mooòlto politicamente scorretta, a dir poco prosaica: «Diciamo - ha sbottato ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulla sconfitta di Rutelli - che c’è tutto il mondo che mi rompe i coglioni!». Certo. Perché se c’è uno che ha fatto da anello di congiunzione fra il veltronismo e il rutellismo,quello è Goffredo Bettini. Se c’era un corpo che dava corpo al «modello Roma» quello era - in tutta la sua magnificenza - il suo. Perché se c’è davvero un unico regista che ha messo lo zampino sia nella sconfitta delle politiche che nella Caporetto di Roma, e non può rigirare le responsabilità su terzi, quello è semprelui. Al puntoche Bettini potrebbe ingiustamente diventare, chissà, persino «il capro espiatorio» nel partito, il sacrificio umanochiesto a Walter Veltroni per placare l’ira degli dei (e soprattutto delle correnti) dopo la sconfitta.

Non è una situazione invidiabile, per lui. Non lo amano a destra, dove Gianni Alemanno e MaurizioGasparri lo considerano «il vero capo di un sistema di potere». Non lo amano nemmeno a sinistra per i suoi niet agli apparentamenti per le liste e i suoi diktat, né i dipietristi, né tantomeno il Psi (che ha tenuto fuori dall’alleanza provocandone l’estinzione). Certo, Goffredo, «Goffredone», Goffrie Bettini alle altalene della vita c’è abituato. Lui che per anni si era trovato nella parte del ragazzo di buona famiglia che fa il funzionario per una scelta di vita. Lui che, come ha sintetizzato una volta Barbara Palombelli (che gli è anche amica) «viene da unafamiglia così borghese, che può permettersi il lusso di cambiare la macchina ogni venti anni e la bicicletta ogni quaranta».

Lui che riusciva a trarre un libro - A chiare lettere - da un carteggio (di tre sole lettere!) con Pietro Ingrao. Tre lettere, di cui una sola del mitico leader della sinistra Pci e di cui l’ultima (sua) spedita dopo cinque anni! Fu fantastica la presentazione a Roma, al teatro Argentina, dove peraltro mancava Ingrao, ma in compenso c’erano tutti i costruttori romani, probabilmente attratti, più che dalla prosa di Bettini sugli ultimi, dalle sue elucubrazioni sul piano regolatore.

D’altra parte Bettini, dopo l’investitura di Veltroni a uomo macchina del Pd, cresceva di importanza di ora in ora, concentrava deleghe, faceva e disfaceva liste per le primarie con la sua nota grazia («Io a Gasbarra gli rompo il cuuulo!) e già declinava i suoi precetti sul Pd: «Voglio un partito con le bretelle. Con scarpe brutte ma comode. Che consumi pasti abbondanti! E, soprattutto - ripeteva fra gli applausi scroscianti per l’autoironia - che non vesta Brioni...». A questi punti d’orgoglio Bettini ci ha sempre tenuto molto. Così come al suo ruolo, al suo status di guru, persino alla sua patria d’adozione fuori dall’Italia - la Thailandia - che tante polemiche, sarcasmi e insinuazioni gli è costata, da Maurizio Gasparri a ClementeMastella.

Per rispondere alle battute del Guardasigilli - Bettini - scrisse persino una lettera a La Repubblica che era una quintessenza del narcisismo bettiniano, quasi una pièce autobiografica: «Ho una casa in Thailandia, e allora? Caro Mastella, mio padre mi ha lasciato ricco. Sono diventato assai meno ricco, quando per anni, come segretario del Partito comunista italiano di Roma, non ho preso lo stipendi ». E poi: «Sono solo (non avendo famiglia) e amando la Thailandia insieme con i miei fratelli e a miasorella ho deciso di investire lì, realizzando la casa della mia vita». Osservava lo stratega veltroniano: «Attorno a quella casa thailandese gravitano sei famiglie locali che mantengo, sviluppando in questo modo concreto quella carità cristiana che a Mastella sta tanto a cuore». Di più, con toni filantropici: «Questa casa è intestata a queste famiglie perché ciò che abbiamo acquistato in Thailandia voglio che torni alla Thailandia». Finale memorabile: «Per queste mie scelte - concludeva Bettini - il Re della Thailandia, mi ha conferito la più alta decorazione di quel Paese: Cavaliere comandante del nobilissimo ordine del regno di Thailandia».

Minchia,signor tenente! verrebbe quasi da dire. Ma c’era bisogno di tutto questo po’ po’ di spiegazione? C’era, perché l’ego del bettinismo è bulimico come il suo corpo, un impasto di noncuranza e di narcisismo come quello di calzare le scarpe senza calze. Dopo anni di seconda fila e di lavoro oscuro, dopo essere rimasto sempre chiuso nei confini capitolini mentre tutti i dirigenti della sua generazione approdavano a ruoli nazionali, dopo aver ottenuto le prime soddisfazioni pubbliche solo con la guida dell’Auditorium, Bettini sembrava perseguitato da una sorta di maledizione. Nel 1992 con le vecchie preferenze, non veniva eletto, e subentra solo alla fine della legislatura perla rinuncia di un altro deputato. Nel 1994 non veniva eletto perché date le proporzioni della vittoria berlusconiana non scattava nemmeno il suo collegio «sicuro». Nel1996 si spostava sul proporzionale per non correre rischi, ma invece - che beffa! - veniva fregato dalla maledizione dello scorporo (che a causa dei troppi eletti nei collegi dell’Ulivo, stavolta, non faceva scattare i posti del listino). Questa volta che le liste le faceva lui, il bel gesto: «Non mi candido perché non so fare tutto, e mi basta l’impegno nel partito e il Festival del cinema».

Peccato che Alemanno abbia detto: «Non taglierò teste, tranne quella di Bettini: perché credo che nemmeno lui vorrebbe restare con me». (Dolcemente perfido). Insomma, dopo una vita sospesa fra il tutto e il nulla, Goffrie coltivava il sogno di una candidatura in Campidoglio, al punto da chiedere consiglio all’ex senatrice Carla Rocchi, a cui era riuscita, per una dieta «elettorale». Gli fanno capire che non potrà correre in prima linea, e allora diventa uno dei sostenitori dei trono di Rutelli, che poi è anche una via per tornare lui stesso, sotto interposta persona. Adesso che ha perso sia le politiche sia le municipali gli restano quelle battutacce di Gasparri: «Se ne vada in Thailandia, visto che ci si trova così bene».