Bettini riporta il ciclismo nell’oro

Cristiano Gatti

nostro inviato a Salisburgo

Macerie, rovina, sfacelo. Basta piazzare degli italiani in questo simpatico contesto ambientale, ed ecco rifiorire come per miracolo le cose più alte: generosità, disciplina, abnegazione, lealtà, coraggio, orgoglio. Questo, siamo noi: smidollati e carognette nei periodi comodi, valorosi ed eroici nei momenti difficili. L'abbiamo dimostrato tante volte, nelle cose molto serie dei Dopoguerra come nelle cose molto più futili dello sport. L'abbiamo dimostrato soltanto due mesi fa in Germania, uscendo dallo scandalo da basso impero del calcio con una bellissima vittoria mondiale. Ed eccoci di nuovo qui a dimostrarlo con il ciclismo, settore persino più sinistrato del calcio, sul baratro di una crisi senza ritorno. Chiamato a salvare la baracca azzurra nel giorno più difficile, un campionato del mondo dove tutti gli avversari lo aspettano col mitra spianato, Paolo Bettini si carica in spalla la stagione più amara della pedivella nazionale e puntualmente la riscatta con una vittoria strepitosa. Campione olimpico in carica, campione italiano in carica, ora campione del mondo in carica: nel Paese degli arrivisti alla perenne caccia di cariche, il piccolo toscano nobilita l'arte della scalata sociale laureandosi a 32 anni numero uno del ramo bicicletta.
L'iride di Salisburgo, che bissa il Mondiale del calcio esattamente come nell'82 (allora Saronni a Goodwood), non cancella ovviamente i problemi della pedivella italiana. Ma certo li sciacqua e li lenisce almeno un po'. Bisogna riconoscerlo, a questi nove azzurri snobbati e anche un po' derisi: nel momento più basso, quando serve rabberciare immagine e reputazione, non falliscono la missione.
Il primo merito va a Bettini, che non vince per felice combinazione astrale, ma dimostrando chilometro dopo chilometro una superiorità totale. Prima gli attacchi sull'unico strappo di un percorso ridicolo (parentesi: ma quando scelgono i tracciati, quelli della federazione internazionale stanno bene di salute?), quindi la lucidità di rifiatare e di farsi trovare sveglissimo per l'inevitabile volatona finale. A lui il compito di spiegare in prima persona il memorabile epilogo: «Per dire com'è difficile e buffo il ciclismo. Stai a cercare il momento decisivo per 260 chilometri, poi lo trovi all'ultima curva. Visto che il percorso s'era rivelato più facile del previsto, mi stavo preparando allo sprint. Agli ultimi ottocento metri sono partiti due spagnoli, Sanchez e Valverde. Hanno imbucato la curva a velocità pazzesca. Zabel li ha seguiti, io mi sono trovato lungo le transenne. Mi sono detto: non puoi frenare, stavolta. Ho dato una spallata alla transenna, ma sono passato. Questione di millimetri. Per un millimetro in più potevo stare all'ospedale, per un millimetro in meno eccoci qui a festeggiare...».
Il suo sprint è cinico, spietato, letale. Guardando fisso in avanti, verso il traguardo che insegue inutilmente da otto anni, ma anche guardandosi un po' indietro, ai suoi inizi da gregario, alla fatica delle prime vittorie, alla cocciuta lotta contro la sua reputazione di combattente poco fuoriclasse, riguardando cioè in un attimo fulmineo l'intero film di una vita, il toscanello passa sopra tutto e sopra tutti, batte due talenti come l'antico Zabel e il nuovo Valverde, finendo la sua corsa travolgente sul palco, sventolando il tricolore, cantando l'inno di Mameli, irradiando per tutta Salisburgo la melodia mozartiana dell'Italia che sorride, che gioca e che piace.
Lasciamo però Bettini ai suoi festeggiamenti. L'obiettivo dev'essere subito spostato sull'uomo che in lui crede da sempre, che con lui ha già vinto un'Olimpiade, che con lui ha purtroppo diviso anche i giorni amari della sconfitta, ma che neppure stavolta ha esitato a puntare tutto sul suo nome. Giù il cappello davanti a Franco Ballerini, giovane successore del monumento nazionale Alfredo Martini, capace di totalizzare in sette missioni azzurre due titoli mondiali, un'Olimpiade e qualche medaglia di contorno. Inutile raccontarsi frottole: fallendo Salisburgo, la sua vita azzurra sarebbe terminata qui. Mai amato da una federazione che ha altro e altri per la testa (Argentin, Cassani, Fondriest), Ballerini riesce nel capolavoro di mantenere i nervi saldi, muoversi sereno e puntare sul coraggio. La sua tattica è tutto fuorché catenacciara: nel calcio, diremmo vittoria all'olandese. Tutti capitani e tutti gregari. Tutti attaccanti e tutti difensori. Mentre le altre nazionali aspettano solo il finale, noi ci inventiamo di tutto per portarcele almeno con la lingua fuori. Cominciano di mattina presto Tosatto (voto 7) e Nocentini (voto 8), quindi subentrano Pozzato (voto 8) e Di Luca (voto 6,5), infine ci provano Ballan (voto 7), Paolini (voto 6,5), ancora Pozzato, Rebellin (voto 7), nonché lo stesso Bettini (voto 11). Un voto a parte per Bruseghin, l'uomo di fatica che accetta e svolge come sempre il ruolo di gregario fedele (voto 7).
Ma è nel finale, quando le fughe sono tutte esaurite, che arriva il tocco di classe, l'imprevedibile e sorprendente colpo di italianità, questa nostra arte misteriosa e inimitabile di fare le persone serie nei momenti più difficili: non appena il cittì chiama tutti a raccolta per Bettini, tutti quanti diventano soldati devoti all'unico capitano. Stavolta si vince, anzi si stravince, nel segno della lealtà e dell'altruismo. Voto al cittì che ha creato questa azzurra alchimia, almeno 10. Se poi adesso, carico di medaglie, nel momento più alto, è pure capace di salutare tutti al modo dei Lippi, il voto raddoppia.
Cristiano Gatti