Betty, la nonnina che ammazza i mariti

Due compagni uccisi col cianuro, due simulando il suicidio, per l'ultimo ha assoldato un sicario. La sua foto fa il giro degli Usa. Per non farsi scoprire ha cambiato 5 volte lo Stato di residenza

Girava per gli Stati Uniti lasciandosi dietro una scia di fiori d’arancio e crisantemi. Betty Neumar, cinque mariti e cinque vedovanze all’attivo, passerà alla storia come la donna che ha infinocchiato le polizie di quattro Stati, uccidendo gli uomini che sposava per incassare i ricchi premi delle assicurazioni sulla vita. Cinquant’anni di vita a peregrinare impunemente per le città dell’America, collezionando prede per il suo carniere. I media a stelle e strisce non potevano proprio affibbiarle un soprannome più azzeccato: «Vedova Nera».

Solo un uomo non è rimasto intrappolato nella sua tela, solo un uomo ha intuito la vera natura di questa donna che oggi, a settantasei anni, ha l’aspetto di una innocua nonnina, di quelle che hanno sempre le caramelle nelle tasche del grembiule. Quest’uomo è Al Gentry, fratello del quarto marito di Betty. Quell’Harold che lei diceva di amare e che il 14 luglio 1986 venne ritrovato morto all’interno della sua casa, con un proiettile in testa. «Ero lì nel giardino in stato di choc - ricorda Al - mentre i poliziotti facevano i rilievi, quando lei arrivò. Era stata fuori città per tre giorni. Scese dal taxi emi si avvicinò. Non mi domandò cosa stesse succedendo. Mi guardò con occhi di ghiaccio e disse: “Guarda che io ieri notte non ero qui”. In quel momento capii che era stata lei a farlo uccidere». Al riferisce subito dei suoi sospetti agli investigatori, che però archiviano il caso: suicidio. Al non si dà per vinto, per vent’anni - mentre Betty continua il suo tour della morte in giro per gli States - tempesta di telefonate e visite il Dipartimento di polizia, fino a quando, nel marzo scorso, il caso viene riaperto: nuove indagini, nuovi interrogatori, e finalmente anche gli investigatori si rendono conto di ciò che lui sapeva da decenni. Era stata lei, Betty Neumar, a far uccidere il marito, assoldando un killer e pagandolo con un pick-up.

Ma quando due mesi fa Betty varca le porte del carcere, la sua storia è lontana dall’essere stata scritta interamente. Solo dopo l’arresto, indagando sul suo passato, i poliziotti scoprono di avere a che fare con una serial killer in gonnella: Ohio, 1952. Una Betty appena ventenne piange la morte del suo primo marito. I verbali dell’epoca, riesumati dagli investigatori, raccontano di una morte «sospetta » (un uomo in salute trovato morto per arresto cardiaco) ma il caso viene archiviato.Due anni dopo Betty è di nuovo all’obitorio, questa volta per identificare il cadavere del secondo marito, rinvenuto all’interno della loro casa con un proiettile in testa. Questa volta gli investigatori prendono più sul serio la vicenda,mascientifica e tracce di Dna sono ancora ben lontane da fare la loro comparsa e Betty se la cava di nuovo: il caso è archiviato come omicidio e lei incassa la seconda polizza, vende la casa e si sposa di nuovo. Con il terzo marito si trasferisce in Florida, dove resiste ben 13 anni prima di decidere che anche quello sposo non la soddisfa: anche in questo caso riesce a inscenare il suicidio per colpo di pistola.

Dopo l’omicidio del 1965 Betty conosce in Florida Harold Gentry, col quale va a vivere in Nord Carolina. Ad Harold tocca appunto di morire nel 1986, mentre l’ultimo della serie, il settantanovenne John Neumar, muore nell’ottobre scorso. Anche questa volta Betty la fa franca, la morte viene archiviata come un normale, seppur raro, decesso per sepsi, un’infezione generalizzata all’interno dell’organismo di origine batterica. Ma dopo l’arresto e la riapertura dei quattro omicidi precedenti i resti del quinto marito sono stati sequestrati per essere sottoposti a nuovi esami. Il sospetto è che la «Vedova Nera» abbia somministrato al John Neumar dell’arsenico. E per gli investigatori è ben più di una supposizione l’idea che anche il primo marito di Betty sia morto per lo stesso tipo di avvelenamento. A questo punto forse non servono neanche le prove.