Bevetevelo voi il vino buono che sa di ferro

Carissimo Granzotto, capisco che deve tener dietro a quel poco edificante spettacolo che è diventata la nostra politica, senza parlare di Obama, del riscaldamento globale, della guerra di civiltà e di religione, eccetera. Ma un po’ d’attenzione ai mille e mille suoi lettori che hanno aderito al Circolo del Tavernello la vuol dedicare, ogni tanto? Mentre lei tace, i fanfaroni della enologia e della gastronomia impazzano sui giornali e in televisione. Pochi giorni fa ho sentito alla televisione uno di questi tromboni che facendo roteare un bicchiere di rosso, sciorinando un numero spropositato di sapori, parvenze, profumi, bocche e nasi, stoffe e corpi, strutture e forze s’è inventato un «sentore di polpa di riccio di mare» e un «retrogusto di limatura di ferro». Come se la gente ne conoscesse il sapore perché di limatura di ferro si riempie abitualmente la bocca. Torni fra noi in qualità di presidente emerito del Circolo del Tavernello, caro Granzotto, seguiti la sua battaglia affinché si dica vino al vino e se ne parli senza quelle pagliacciate!
Modena

Eccomi. Son qua, caro Parenti. È vero, negli ultimi tempi ho un po’ trascurato il Circolo del Tavernello, combriccola che conta più adepti, ma ci vuol poco, dell’Italia dei valori di quel saltafossi d’un Di Pietro (lo vedo male, Di Pietro: si appresta, in casa italvalorista un ferino Termidoro con conseguente rotolamento di teste. La sua per prima). È vero anche che si seguita a parlare e scrivere di vino nel modo balordo e cabalistico di chi abitualmente beve l’etichetta, non il contento della bottiglia. Però, caro Parenti e cari consoci, ci sono degli antidoti. Camillo Langone, ad esempio, è uno di quelli che, salvo funeste fisime, dice (scrive) vino al vino. E che dire di Paolo Massobrio? Ha appena pubblicato un libro (I giorni del vino. 365 assaggi meditati e raccontati, Einaudi, 17 virgola 50 euri ben spesi) che ha tutte le carte per entrare di diritto nella biblioteca d’ogni aderente al Circolo del Tavernello. Questo perché è esattamente quel che ci vuole per disintossicarsi dell’irritante, bischerrimo blablabla dei troppi guitti che se la tirano da connaisseur. E che secondo me, messi alla prova, occhi bendati, non saprebbero distinguere un bianco da un rosso. Sono paginette, quelle di Massobrio. Una per ogni giorno dell’anno. E parlano di vino come ne parliamo noi del Tavernello (ora che ci penso, non mi farà mica causa la cooperativa agricola che lo produce? Ma no, perché dovrebbe? Il Tavernello l’abbiamo eletto quale simbolo di un modo di intendere, di bere e mangiare senza puzze sotto il naso, senza ridicole messinscena, senza quel modo di fare snobistico che è dei gagà. Gente che si merita le brodaglie sifonate, le sbobbe molecolari addizionate con porcheriole chimiche, le texturas e i cibi passati all’azoto liquido della Grande Cucina). Paolo Massobrio, dicevo, parla di vini per parlar di uomini e donne, di terre e di borghi; oppure parla di terre, di borghi, di uomini e donne per parlare di vini, comunque sempre presenti, sempre «parlati». Molti li si conosce (li si beve), ma fa comunque piacere sentirne discorrere. Altri sono, almeno per me, sconosciuti e per come li introduce Massobrio ti vien voglia di provarli al più presto. Non che rifugga da quello che chiama il «vinese», il gergo degli addetti ai lavori, ma lo fa con tocco lieve e senza saccenze. Quando scrive, mettiamo, del piemontese Ruché (vino che un tempo «si teneva per gli ospiti di riguardo, ai quali si serviva un bicchierino, nella sala bella della casa») e ti spiega che «in bocca è tutt’altro che un vino semplice: ha corpo, e il suo gioco tra aromatico e amaro termina con un finale ammandorlato piacevolissimo», il «vinese» ci sta tutto perché detto in maniera disadorna e accessibile. Ma sì, caro Parenti, legga il Massobrio e le sue storie-favole sul vino. Come l’aglio per i vampiri, è il miglior rimedio contro gli affabulatori che se ne escono col «retrogusto di limatura di ferro».