Bezmozgis, una comunità fatta in famiglia

Nel romanzo «Natasha» le vicissitudini dei Berman, emigrati a Toronto dalla Lettonia

David Bezmozgis è un autore che si è fatto notare in occasione del recente New Yorker Festival. Trentaduenne, nato a Riga, in Lettonia, e approdato in Canada nel 1980, è riconducibile per stile e linguaggio ai giovani della nouvelle vague ebraica americana, la corrente dell’ultimo decennio che ha prodotto scrittori quali Michael Chabon, Jonathan Safran Foer e Nicole Krauss. Come loro, l’esordiente Bezmozgis attinge alla propria ebraicità, cioè a quelle radici che affondano in un passato che continua ad affascinare e alimentare una buona letteratura internazionale (Natasha, Guanda, pagg. 152, euro 12,50).
Nipotini di quella mainstream letteraria dove l’ebraismo ricorre e trasborda - Bernard Malamud, Isaac B. Singer, Chaim Potok, Philip Roth... - i novelli rappresentanti di una diaspora ormai radicata proseguono un discorso mai interrotto. Non c’è dunque da meravigliarsi se Bezmozgis si riappropri di un’identità che altrimenti rischierebbe il naufragio in un mondo dove le nuove generazioni sono le meno interessate a guardarsi indietro. Bezmozgis narra le vicissitudini della famiglia Berman, emigrata da Riga a Toronto negli anni Ottanta sfruttando l’aiuto delle autorità israeliane, per lasciarsi alle spalle i lattiginosi Baltici segnati dalle prepotenze sovietiche. Grazie all’ironia che rievoca un Mordecai Richler più delicato e pacato, l’autore ripercorre la moderna saga di una famiglia tenera e umanissima. Roman, il padre, ex atleta e poi amministratore della Dinamo Riga, di giorno fatica in una fabbrica di cioccolato e la sera studia per il diploma di massoterapista, sostenuto dalla moglie Bella; ci sono poi gli zii, la cuginetta, una nonna pragmatica, un nonno che vive nella nostalgia e Mark, il protagonista, l’io-narrante impegnato a imparare l’inglese insieme ai suoi intelligenti e spaesati genitori, ma anche a scoprire se stesso e gli umori di un nuovo mondo in cui a soli sette anni si trova catapultato. Sono spassose, caustiche e commoventi le considerazioni di questo bambino, poi adolescente, che si misura con le prime turbe di un’età complicata.
L’apoteosi si raggiunge con l’arrivo da Mosca della cugina quattordicenne, Natasha, lolita silenziosa con un look da «battona polacca» e un passato già ingombrante, della quale il ragazzino s’innamora. L’eccellente romanzo si chiude con l’inesorabile ritorno all’identità con il personaggio di Zalman, gestore della sinagoga, determinato a tenere in vita la sparuta comunità sperduta a Toronto. Conclude Zalman: «Se cerchi dieci ebrei santi, stai fresco. Sappiano che non metterò sulla strada un ebreo che viene in sinagoga. Omosessuali, assassini, bugiardi e ladri: io li accetto tutti. Senza di loro non ci sarebbe un minyan». Minjan è il numero minimo di dieci maschi ebrei circoncisi e maggiorenni perché un servizio in sinagoga abbia carattere comunitario e non di semplice studio e commento delle Scritture.
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