La Bhutto guida la protesta di piazza Gli Usa: "Pazienza quasi esaurita"

La leader del Ppp inviata alla mobilitazione: venerdì a Rawalpindi, poi "lunga marcia" da Islamabad a Lahore. Washington mette in guardia Musharraf

Islamabad - Benazir Bhutto ha chiamato i pachistani a manifestare in massa contro l’imposizione dello stato di emergenza in vigore da sabato scorso. L’ex premier ha annunciato per venerdì la protesta a Rawalpindi e ha convocato per il 13 una "lunga marcia" da Lohore a Islamabad se il presidente Parvez Musharraf non avrà revocato la legislazione straordinaria.

E ci sono state le prima avvisaglie di scontro nella capitale, quando le forze di sicurezza hanno picchiato i dimostranti e sparato gas lacrimogeni contro i sostenitori della Bhutto. La polizia aveva minacciato la repressione di qualunque assembramento, proibito dallo stato di emergenza. Ma l’ex premier, rientrata in patria solo il mese scorso dopo oltre otto anni di esilio volontario, ha incoraggiato i seguaci a non mollare: "Mi appello al popolo del Pakistan affinchè si faccia avanti, questa è una battaglia per lo stato di diritto. Siamo sotto attacco".

Circa duecento attivisti del suo Partito Popolare del Pakistan, erano scesi in strada al grido "Niente legge marziale". I dimostranti hanno tentato di raggiungere la sede del Parlamento, ma a quel punto sono stati caricati dagli agenti in assetto anti-sommossa. Almeno tre militanti del Ppp sono stati porati via sui cellulari. "Quanta gente possono mettere dietro le sbarre?", ha indirettamente replicato la Bhutto, "ne mobiliteremo tanta che non avranno carceri a sufficienza". Il governo nel frattempo cerca di evitare il peggio, e il premier in carica Shaukat Aziz ha annunciato che sarà decisa il 14 novembre la data precisa delle elezioni parlamentari, in linea di massima già fissate per l’inizio di gennaio, mentre si ipotizza che lo stato di emergenza possa essere revocato entro due o tre settimane La Gran Bretagna ha sollecitato le autorità di Islamabad a precisare il giorno del voto; e si è saputo che il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, oltre a criticare Musharraf in pubblico, due giorni fa gli ha telefonato di persona.

Gli Usa a Musharraf: la nostra pazienza non è infinita L'America mal tollera la svolta antidemocratica e ha avvertito il presidente pachistano che la pazienza della Casa Bianca "non è infinita". "Devono rilasciare la gente che hanno arrestato" ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, Gordon Johndroe, "devono smettera di pestare la gente per strada, devono ripristinare la libertà di stampa e devono tornare sulla rotta della democrazia al più preso... ora". Johndroe ha detto ai giornalisti quali sono le aspettative di Washington "per i prossimi giorni": la revoca dello stato di emergenza e il ripristino dell’ordine costituzionale. "Come abbiamo detto, ci aspettiamo di avere dai pachistani e dal presidente Musharraf alcuni chiarimenti su quello che dovrà accadere, e in tempi brevi".

"Il generale rischia la stessa fine dello Scià" Parallelismi tra il Pakistan di Pervez Musharraf e l’Iran dello scià: a farli è il "Washington Post" in un editoriale nel quale sottolinea come per dare un senso alla crisi politica in corso a Islamabad sarebbe utile ripensare a quanto successe 30 anni fa a Teheran, evitando un eccessivo interventismo americano. "Lo Scià era un amico dell’America proprio come Musharraf. Era il nostro solido alleato contro lo spauracchio di allora, l’Unione Sovietica, proprio come Musharraf è il partner nella lotta contro Al Qaida - scrive il quotidiano - Lo Scià ignorò gli avvertimenti dell’America di mettere ordine nel suo regime non democratico, come dovrebbe fare Musharraf. E mentre i problemi dello shah aumentavano, gli Stati Uniti speravano che i leader dell’opposizione moderata tenessero il Paese al sicuro dai fanatici musulmani, proprio come adesso speriamo in Pakistan". Poi ci fu l’esplosione in Iran, con la rivoluzione khomeinista e un processo di rivolta simile sta avvenendo in Pakistan, "con una terribile differenza: il Pakistan ha l’arma nucleare".
La convinzione dell’editorialista David Ignatius è che "il disastro in Iran avvenne in parte a causa dell’interferenza americana, nell’installare lo scià all’inizio e poi nel sostenere il suo governo autocratico". In Pakistan è avvenuta la stessa cosa, per troppi anni c’è stato "un eccessivo interventismo americano". "Cambiare il Pakistan è un compito che spetta ai pachistani".