Biagi al macero e i riformisti stanno in silenzio

Pietro Mancini

In un clima di «rivincita sociale», come l’ha definito ieri un autorevole commentatore della Stampa - in cui incombono i fantasmi di carrozzoni clientelari tipo l’Iri, rimpianti da Prodi, ma non dalla maggioranza degli italiani - era quasi scontato che il Professore, spinto dai settori radicali e «de sinistra» estrema della maggioranza, facesse calare la mannaia sulla legge Biagi, varata dall’esecutivo Berlusconi. In primo luogo, perché il professore di Bologna, trucidato nel 2002 dai brigatisti rossi, era un socialista coerente e serio. E oggi, come ha riconosciuto Emanuele Macaluso, nei partiti e nei cespugli che dovrebbero dar vita al partitone democratico, i termini «socialismo» e «socialista» sono completamente banditi. E poi perché, per i compagni della gauche nostrana, parolaia e in cashmere purissimo, quel provvedimento rappresenta da tempo un mostruoso e abietto tentativo di liberalizzare il mercato del lavoro.
Purtroppo, nella sinistra italiana, non comanda Tony Blair, che al congresso di Manchester del Labour Party ha proclamato: «Il nostro coraggio nel cambiamento, la nostra fermezza sui valori, nei quali crediamo, ha dato agli inglesi il coraggio di cambiare».
Nell’Unione prevale la linea efficacemente definita di «Prodinotti»: tassa di successione, stangatone senza pietà per quanti guadagnano più di 70mila euro, via la riforma del mercato del lavoro, ideata dal professore emiliano, che introdusse diverse forme di lavoro flessibile, con l’intento di aumentare l’occupazione, grazie a contratti diversi dall’assunzione a tempo indeterminato. Proprio questa parte degli 86 articoli della «Biagi» si è dimostrata efficace e, nel contempo, severa nel colpire l’abuso delle collaborazioni autonome continuative (i cosiddetti contratti co.co.co.). Insomma, a 3 anni dall’approvazione del provvedimento, i risultati danno ragione a Pietro Ichino, collega e amico del docente ucciso, il quale ne ha elogiato «l’anima laburista», smascherando le contraddizioni della sinistra radicale. Che a parole sollecita un’azione più incisiva contro il precariato ma nel contempo vorrebbe abrogare la «Biagi».
Nel dibattito sulle misure economiche e sociali non sorprende affatto il sogno di Bertinotti di far piangere i ricchi, né quello di Diliberto di spazzar via tutte le riforme, varate dall’«infame» governo Berlusconi - senza salvare neppure quelle che si sono rivelate efficaci e hanno creato nuovi posti di lavoro - e di mettere le mani nelle tasche dell’odiato ceto medio, in nome di scelte vendicative e puramente ideologiche. Colpisce piuttosto, e molto negativamente, il silenzio dei partiti riformisti della coalizione prodiana, che dovrebbero quantomeno battere un colpo contro l’ansia «draculesca» dei governanti nei confronti degli appartenenti alla middle class, molti dei quali elettori (adesso pentiti) del centrosinistra, che formano il tessuto connettivo della società. E a proposito dell’intenzione del ministro Damiano di spazzar via la riforma del mercato del lavoro, dove sono Rutelli, Franceschini, Boselli e Capezzone, che in campagna elettorale chiesero, ma non ottennero, al già allora tentennante ex presidente dell’Iri di impegnarsi a non cestinare la legge Biagi? Probabilmente, costoro preferiscono tacere perché inseguono un impossibile compromesso con gli agguerriti gruppi massimalisti ed estremisti della maggioranza. E intanto firmano insieme a Rifondazione manifesti e inserzioni, che minacciano tremende settimane di «lacrime e sangue» per i «ricchi». Non comprendendo che chinare la testa in Parlamento e nell’esecutivo alle picconate anti-Biagi e anti riforme, senza neppure approfondire con obiettività e rigore i risultati dei primi 3 anni di applicazione, equivarrebbe all’ennesima violenza alle idee di un docente, riformista nei fatti, e al suo generoso tentativo di rendere più efficiente per tutti il mercato del lavoro.