La Biagi rischia di far perdere il posto al premier

da Roma

Procede ormai a colpi di ultimatum il dibattito estivo sulla modifica della legge Biagi. Tanto che dal Pdci il responsabile organizzazione Orazio Licandro pronuncia la parola che in tanti esitavano a citare: «Chi pone ultimatum abbia il coraggio di aprire la crisi».
E la crisi di governo si intravede perlomeno nelle intenzioni. Dopo il pressing di Rifondazione Comunista per uno stravolgimento della legge 30 e una modifica al protocollo sul Welfare già concordato dal governo con i sindacati e Confindustria, ieri l’ultimo strappo è arrivato da Lamberto Dini: sarebbe «folle» cedere alle richieste del Prc, ha chiarito il presidente della commissione Esteri del Senato. Quindi l’avvertimento: se il governo «dovesse smentire se stesso sarei pronto a trarne le conseguenze». Dini ammette che uscire dalla maggioranza sarebbe «una decisione grave, da ponderare bene. Ma - confessa - noi riformisti siamo stanchi di essere provocati». L’ennesima provocazione è arrivata proprio ieri dal capogruppo di Rifondazione al Senato, Giovanni Russo Spena, a cui Dini ha risposto a tono, alzando il livello di scontro tra riformisti e massimalisti dell’Unione.
Il dibattito era esploso dopo la dichiarazione choc del deputato non global del Prc Francesco Caruso, che aveva definito Marco Biagi, ucciso dalle Br, e Tiziano Treu, senatore ulivista ed ex ministro, «assassini» per le loro leggi sul lavoro. Al di là dell’infelice uscita, è emerso poi il vero conflitto: il protocollo su welfare, che la sinistra radicale vorrebbe cambiare. Ieri il ministro competente, Cesare Damiano, ha chiarito a Rifondazione e al Paese: «Noi la legge Biagi la stiamo già cambiando». Si è detto disponibile e «favorevole» a «chiedere una verifica di governo per una discussione o su eventuali emendamenti». Ma ha puntualizzato: «Non accetto che la sinistra radicale, dica che non si attua il programma (di governo, ndr): non è vero, noi lo stiamo attuando». L’eventuale presenza di ministri alla manifestazione del 20 ottobre organizzata contro la precarietà e la legge Biagi sarebbe quindi «negativa», perché «non si può stare al governo e manifestare contro il governo di cui si fa parte: è una grave contraddizione».
Ma Rifondazione non molla: «Non capisco i ricatti di Dini - è sbottato ieri Russo Spena - Francamente sono anche un po’ stanco di rispondergli in questa specie di gossip agostano. Dini e gli altri forse pensano che il Parlamento sia un passa-carte». La discussione è proseguita via agenzie di stampa: «Non accetto e non comprendo le accuse che mi rivolge il collega Russo Spena», ha reagito Dini, spiegando di aver semplicemente risposto al segretario del Prc Franco Giordano che il giorno prima aveva chiesto cambiamenti nel protocollo, pena il ritiro dei voti: «Chi è dunque che fa ricatti? - ha domandato Dini - Io ho solo ribadito quanto dichiarato dal presidente del Consiglio Prodi, ovvero che l’accordo sul welfare non si tocca perché non è negoziabile».
E il Prc riesce a far arrabbiare anche i sindacati, perché rinnega un accordo già sottoscritto: Giordano ha attaccato la legge Biagi «senza guardare al merito - lo accusa il segretario della Cisl Raffaele Bonanni - in spregio dell’autonomia dei sindacati, ma solo perché è in corso una contesa per l’egemonia politica a sinistra».
I ds continuano intanto a mantenere una distanza indignata da Rifondazione sul terreno del welfare: la sinistra radicale, dice il responsabile Lavoro e previdenza della Quercia, Pietro Gasperoni, dà giudizi sul protocollo che sembrano «dettati dal desiderio di smarcarsi dalla responsabilità di governo del Paese»: a «leggere le interviste degli esponenti di Rifondazione», commenta, c’è «da restare esterrefatti».
E Renzo Lusetti, della Margherita, chiarisce: «L’Ulivo si impegnerà in Parlamento per far approvare l’accordo che il governo ha sottoscritto con le parti sociali sul welfare senza stravolgimenti».