Bialetti minimizza l’incidente ma Piazza Affari deve aspettare

La quotazione slitta a venerdì. L’opportunità ora per i risparmiatori di tirarsi indietro

da Milano

Alberto Piantoni, amministratore delegato della quotanda Bialetti, la cui Ipo slitta per un errore nel prospetto informativo, ieri ha minimizzato: «È un errore poco significativo dal nostro punto di vista perché tutte le valutazioni della società vengono fatte sui progetti». Piantoni ragiona da industriale: ma se un industriale si quota in Borsa, deve sapere che le valutazioni di una società si fanno anche e soprattutto con criteri finanziari. E che gonfiare (seppure in buona fede) un rapporto prezzo-utili significa deviare il giudizio dei risparmiatori, che su questo rapporto misurano quanto può essere conveniente l’investimento. Dire che tale rapporto è (secondo il prezzo di offerta) tra 13,8 e 17,5 è profondamente scorretto, se poi si appura che esso è quattro volte superiore. E soprattutto se la società, come è il caso di Bialetti, da prima in classifica del settore, crolla, con la rettifica, alle ultime posizioni.
Facendo, come si dice, buon viso a cattivo gioco, Piantoni ha anche ringraziato Altroconsumo, l’associazione dei consumatori che ha denunciato il fatto, «per aver permesso la rettifica: quando si sbaglia è giusto essere esposti». Ma se nessuno se ne fosse accorto - è una semplice congettura - forse Piantoni sarebbe stato molto più contento.
Bialetti dunque arriverà in Piazza Affari con due giorni di ritardo, e cioè il 27 luglio, per permettere la pubblicazione di un’integrazione al prospetto recante il dato corretto. L’errore è stato dovuto al fatto che il rapporto è stato calcolato sul numero delle azioni precedente al loro frazionamento (da una a quattro).
Per quanto «poco significativo», l’errore darà la possibilità agli assegnatari delle azioni in sede di offerta di rinunciare al loro acquisto, proprio perché le indicazioni contenute nel prospetto (che equivale al foglietto illustrativo di una medicina) sono state fuorvianti. Ma sui sottoscrittori, e sul loro eventuale recesso, peserà soprattutto il danno d’immagine subito dall’«omino coi baffi», che sarà bravissimo a destreggiarsi con le caffettiere, ma che quando si tratta di numeri rischia di andare in confusione.