«Bianca e Falliero» apre il Rossini tra i fischi

Messinscena mediocre, regia pasticciata e direzione musicale secca. Applausi solo per Daniela Barcellona

Paolo Scotti

da Pesaro

Quando un festival operistico diventa uno dei più prestigiosi al mondo ha un dovere. Non sedersi sugli allori. Lodevole dunque il «Rossini Opera Festival», che si dedica oggi a re-interpretare i titoli che riscoprì ieri. Ma con un rischio: che quanto più memorabili furono le riscoperte, tanto più temerarie ne risultano le riproposte. Ahimè: è quanto accade con Bianca e Falliero, il capolavoro che (già riesumato nell’86 da una leggendaria edizione firmata Gatti-Pizzi-Horne-Ricciarelli) è tornato al Rof per inaugurarne la venticinquesima edizione. Ebbene: non diteci conservatori, non chiamateci nostalgici. Ma che la sfolgorante bellezza di quello spettacolo faccia impallidire l’impacciata modestia di questo, è un fatto. E che lo spartito confermi (sia pure in un’esecuzione non priva di limiti) la sua imperitura eccellenza, mentre la nuova messinscena non risulti che un mediocre, approssimato pasticcio, ci pare incontestabile.
Cominciamo dalla scena. Un’enorme leone di San Marco - siamo dalle parti della Serenissima - nella cui pancia due brutti sportelloni moderni aprono di volta in volta su brutte vedute-cartolina di Venezia (spesso così male illuminate da apparire sovrapposte). Di gusto non meno improbabile i costumi, con le coriste infagottate di stracci, neanche fossero altrettante Cenerentole, e dignitari e dogi abbigliati come a una festa di carnevale in parrocchia. L’effetto è una marmellata visiva che per l’aria di Falliero al second’atto diventa pastrocchio: un affresco in bianco e nero si sovrappone al leone con gli sportelloni, che si sovrappongono a Bianca in un lettone, che si sovrappone ad un cortile, che si sovrappone ad un androne. Che pasticcio. La regia di Jean-Louis Martinoty, dal canto suo, non pare avere idee molto più chiare. Anche se questa è un’opera seria, prima azzarda slegate trovatine comiche (il cattivo che fa dindolò sulle braccia delle serve; la protagonista che bersaglia di ortaggi un incolpevole pittore) poi punta al melodramma più convenzionale, con Bianca che si contorce in perfetto stile Bertini e il di lei padre che gira in sedia a rotelle e grucce, apparentemente solo per il gusto di minacciare con le medesime la malcapitata figliola.
Il tutto risulta così rabberciato, goffo e incongruo da spiazzare il pubblico, per un bel pezzo incapace di ritrovare un po’ di armonia almeno nella musica. Che, affidata alla direzione piuttosto secca di Renato Palumbo e alle decorose performance di Maria Bayo e Francesco Meli, fa il salto di qualità solo grazie alla sempre eccellente tecnica di Daniela Barcellona. Alla fine applausi in diminuendo, assai poco rossiniano: forti per la Barcellona, sostenuti per Maria Bayo (con qualche buuuh), decisi per Palumbo (con buuuh in aumento), in imbarazzante e brusco calo, con buuuuh nettamente prevalenti, per regista, scenografo e costumista.