La bianca montagna che nasconde la morte

nostro inviato a L’Aquila

Quando arriva il silenzio significa che hanno trovato qualcuno. La scavatrice si ferma, il motore si placa, solo lo sfrigolio delle macerie tolte a mano graffia l'aria bianca di polvere. Bianca come la montagna dei morti: uno spiazzo di detriti coperti da quel velo che la rende più chiara, più dell'asfalto. Il riverbero del sole su quel bianco brucia gli occhi. Da qui si estraggono solo cadaveri, a ripetizione, senza pausa. Era un palazzo di quattro piani, 19 persone trovate, tre sole vive. E forse ce ne sono ancora là sotto.
Piazzale Paoli, al termine di via Campo di Fossa, il centro del cuore dell'Aquila. Di fronte all'enorme montagna bianca c'è la Casa ospitalità san Giuseppe. È in piedi, intatta, a pochi metri da quell'ammasso di cemento, materassi, piume, polvere. C'è chi dice che lì, in quel bianco abitavano «una quarantina di persone», forse è troppo, ma ci sono ancora dispersi. Fino a poche ore fa una madre cercava le sue ragazze, dice un vigile del fuoco.
Quattro mancano ancora da due palazzine accanto: «Anche qui l'ecatombe». Da lì hanno appena tirato fuori sei cadaveri. Sotto la montagna bianca c'era un garage. I soccorritori usano i cofani delle macchine distrutti come punti di riferimento: «Sei arrivato alla macchina gialla?». La gente è sprofondata fin là sotto. L'ultimo corpo a uscire da qui è stato quello di una ragazza rannicchiata su se stessa. Dopo aver ritrovato viva Marta, a più di un giorno dal terremoto, sono usciti solo corpi che non respiravano più.
I soccorritori qui hanno gli occhi lucidi, sembrano più tristi, più umiliati, dei soccorritori di altri palazzi. Sono stanchi di lavoro e disillusione: tirano fuori morti, solo morti. «Una era viva, una sì», precisa un pompiere appoggiato al cancello della casa San Giuseppe, e ne è orgoglioso. C'è una squadra che si riposa per un momento: hanno i visi bianchi di polvere, il caschetto sporco, gli scarponi sprofondati nelle macerie. Entrano là sotto senza mascherine, con quel volto scoperto. «Non so come fanno con l'odore che c'è», dice un poliziotto che li aiuta da due giorni.
Tra di loro li chiamano «il ragazzo del rugby», «la ragazza spagnola». Erano molto giovani, i loro morti. «Hai visto che ragazzone quello di ieri?», domanda un vigile del fuoco. Solo gli occhi azzurri si distinguono in un viso che sembra un calco di gesso. «Sì - gli risponde il poliziotto - aveva due spalle...». E il viso? Non lo sanno, com'era il viso, guardano altrove, perché non lo si riconosceva più, come tutti quelli che tirano fuori da questo cemento che brilla di polvere. Tutti tranne la ragazza accucciata, la loro speranza di un secondo, l'emozione di un viso bello in quel cimitero di macerie. E quando raccontano della loro ultima sconfitta, si voltano verso la montagna chiara, il loro lavoro: «Torniamo a scavare».