Bianchi, azzurri e neri: ecco gli "altri" verdi

Nucleare, biotecnologie, infrastrutture: il dibattito è aperto. Il punto di partenza è comune: non demonizzare lo sviluppo. Interpreti delle varie anime del centrodestra rifiutano il catastrofismo di sinistra

Milano - Sono isolati, spesso quasi invisibili all’opinione pubblica, politicamente inesistenti oppure subalterni a un partito. Ma c’è una vera galassia di associazioni, volontari, movimenti di verdi non-verdi, una variopinta gamma di ambientalisti-ecologisti che però con il catastrofismo delle organizzazioni ambientaliste classiche, ben più potenti, non hanno nulla a che spartire. Eccoli qui, dunque, gli ambientalisti di destra.

In realtà, appunto, più che di un movimento organizzato si tratta di una galassia che al suo interno mostra spaccature, differenze, e un’incapacità cronica di darsi un indirizzo comune. Per dire, non c’è a destra niente di lontanamente paragonabile a una corazzata come Legambiente, o tantomeno un’associazione planetaria come il Wwf. Le riviste sono di ultranicchia, circoscritte ai volontari stessi. È un ambientalismo spesso legato a iniziative territoriali, ad azioni concrete, che in qualche modo paga il fatto di non avere un messaggio apocalittico da diffondere, nessun allarme per l’innalzamento dei mari, nessuna spettacolare sparizione di città sotto giganteschi tsunami, nessun ghiacciaio artico che si squaglia, nessun Al Gore come testimonial.

Ma chi sono gli ambientalisti di destra? Si va dagli ex rautiani agli ecologisti nazionalisti, dagli ambientalisti legati ad An alle associazioni cattoliche (anche qui differenziate: cattolici di tradizione dc, Comunione e liberazione, francescani) alle organizzazioni verdi padane, agli ambientalisti liberisti, agli esperimenti di cooperative di agricoltori-ecologisti che contestano l’ecologia alla Pecoraro Scanio.
Partendo idealmente dalla destra di questa galassia, troviamo il mensile di destra Area che ultimamente ha lanciato un manifesto per un nuovo «patriottismo ambientale». «Ha ancora senso oggi - scrive su Area Salvatore Santangelo - parlare di un nazionalismo verde inteso come amore per la propria terra e come determinazione a difenderla dall’inquinamento, dalla speculazione, dall’usura, dallo scatenamento delle logiche dell’utile». È un modo di guardare al rapporto uomo-ambiente che richiama la tradizione del Msi e che si ritrova infatti in «Fare verde», l’associazione ecologista nata nel 1987 in seno al Fronte della gioventù e che oggi conta sedi in tutta Italia. Nel retroterra culturale di questo ecologismo comunitario, antiprogressista e antiutilitarista, si mescolano la critica al denaro di Ezra Pound, una visione mitico-pagana della natura alla Tolkien, la lotta alla globalizzazione e alla tecnologia come strumenti di alienazione dell’uomo, la contestazione del modello capitalistico di sfruttamento delle risorse.

Qualcosa che evidentemente li porta a convergere spesso con l’ambientalismo di estrema sinistra. «Ma non vogliamo essere definiti di destra - spiega Massimo De Maio, presidente di “Fare verde” -, perché sia la destra che la sinistra italiane ormai sono subordinate al consumismo e all’idea che la crescita della produzione e dei consumi sia la strada per il benessere. Questo è falso. Anche il nucleare è un errore».

Diverso l’approccio di un’associazione ecologista espressione di Alleanza nazionale come «Ambiente e vita» il cui presidente è Altero Matteoli, ex ministro dell’Ambiente dal celebre motto: «Con me è nata l’ecologia di destra». Sempre nell’area di centrodestra si colloca «Fare ambiente», movimento ambientalista con 20mila iscritti nato nel 2006 nell’ambito universitario, il cui manifesto contesta «una metodologia anacronistica per tutelare l’ambiente e l’ecosistema».
Ancora in questo spazio si trova «Viva», l’associazione di Paolo Togni, ex capo di gabinetto di Matteoli. Viva è impegnata soprattutto sul fronte educativo, con convegni, seminari e pubblicazioni per combattere quello che nel programma della Onlus viene definita «la micidiale combinazione tra conformismo e interessi dei poteri forti di settore» che impedisce un’informazione completa e corretta in campo ambientale. Condivide questa impostazione «Ambiente azzurro», associazione che propugna «una politica propositiva e non di veto per la tutela ambientale e lo sviluppo compatibile».

Da non confondere con «Movimento azzurro», sempre di area centrodestra ma di tradizione cattolica, o meglio democristiana. «Associazione ambientalista d’ispirazione cristiana» nata nel 1987, «Movimento azzurro» è impegnata nella ricerca e nella diffusione di «una cultura dell’equilibrio tra natura e sviluppo». È esattamente questa parola, «sviluppo», la linea di frattura a destra fra ecologisti progressisti ed ecologisti antiprogressisti. L’area cattolica appartiene alla prima categoria, a partire da «Movimento azzurro» fino ai più combattivi «Cristiani per l’ambiente» (sigla che comprende 17 associazioni) fondata da Antonio Gaspari, giornalista, scrittore e direttore del Master in Scienze ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Qui c’è una visione completamente diversa della natura rispetto all’ambientalismo «pagano» della destra sociale. «Noi mettiamo al centro l’uomo, che non è in conflitto con l’ambiente, ma anzi è in grado di salvarlo. E lo sviluppo non è un male, ma la chiave del miglioramento perché è in grado di rendere più efficiente tutto il sistema». Quindi sì al nucleare, alle nuove infrastrutture, alle biotecnologie. «È una nuova ecologia umana», riassume Gaspari.
Ancora in ambito cattolico c’è da segnalare Svipop (Sviluppo e popolazione), agenzia on line guidata da Roberto Cascioli; Sorella natura, fondazione ambientalista ispirata a San Francesco d’Assisi; e Umana dimora, associazione ecologista appartenente alla Compagnia delle opere (ovvero Cl); Forza verde, associazione cattolico-moderata.

Ma al di là degli ambientalisti cattolici, di quelli della destra ex missina o di An, ci sono altre espressioni di una cultura ecologista alternativa. Una è l’Istituto Bruno Leoni che promuove il pensiero libertario e con il dipartimento Ambiente guidato da Carlo Stagnaro è impegnato su due fronti: la critica del catastrofismo verde e la promozione di un approccio realistico che vede nello sviluppo la chiave del rapporto con l’ambiente. O ancora la rivista XXISecolo, nata negli anni ’90 «per contrastare l’ideologia ambientalista che ha chiuso il nucleare in Italia», spiega il fondatore Massimo Martelli, «ma non si può prescindere dalla questione energetica per lo sviluppo del Paese».

Un’altra linea è quelle aperta dalla Federazione ambiente e agricoltura (Faa), associazione nata da un gruppo di rappresentanti del mondo rurale italiano nel 2007. Dopo oltre vent’anni, la politica ambientalista in Italia ha mostrato tutti i suoi possibili limiti. «L’ambientalismo in Italia - si legge nel programma della Faa - ha dimostrato di non comprendere innanzitutto le ragioni di agricoltori, allevatori, pescatori, cacciatori. Il nostro obiettivo è ridare all’ambiente e all’agricoltura il giusto valore all’interno della società, favorendo l’integrazione tra la civiltà rurale e quella urbana». I piccoli imprenditori legati alla Faa rappresentano la parte del mondo agricolo e produttivo, in particolare del Nord, che ha trovato una rappresentanza nel ministro leghista dell’Agricoltura Luca Zaia, come anche nel movimento Padaniambiente, sempre della Lega nord. L’ambientalismo leghista però, pur distanziandosi dall’ecologia alla maniera dei verdi, non ha contorni del tutto precisi e comprende una forte componente di rivendicazione identitaria e localistica che guarda con sospetto, per esempio, alle biotecnologie, alle tecnologie, e anche all’energia nucleare.

Insomma una galassia turbolenta: ambientalisti padani d’accordo con l’ecologismo anti antropocentrico della destra sociale su nucleare e ogm, ma all’antitesi dei cattolici che invece mettono l’uomo e i suoi bisogni al centro della natura, come fanno gli ecologisti liberali, ma da un’angolazione laica. Come si diceva, nell’area culturale del centrodestra c’è una sensibilità ecologica che non ha una direzione precisa, unitaria, che è divisa - o profondamente contrapposta - tra nostalgie romantiche e ottimismo tecnologico, tra tradizionalismo bucolico e fiducia nella tecnica come mezzo per il miglioramento dell’uomo e del suo ambiente.