Bianchi, ministro indeciso a tutto che sogna Cuba e paralizza l’Italia

Per non scontentare i sindacati il titolare dei Trasporti evita le trattative. Ma il governo non lo considera

A chiunque, dopo 18 mesi di insuccessi come quelli inanellati dal ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, sarebbero venuti i capelli bianchi. Non però al ministro Bianchi, che li aveva bianchi da prima e che, in ogni caso, neanche si accorge dei pastrocchi che combina.
Alex è uno spirito candido, gran collezionista di penne e orologi antichi. Un professore illuminato che pensa di risolvere ogni cosa col dialogo e non sa battere i pugni sul tavolo. In più è un comunista della schiera di Oliviero Diliberto cui ripugna opporsi ai sindacati ai quali darebbe sempre ragione. Questo ne fa uno sbandato all’interno del governo dove tutti sono più marpioni di lui. Potrà dispiacere, ma fin qui sono affari suoi. Per le stesse ragioni però è anche un uomo indeciso a tutto. E questi, ahinoi, sono cavolfiori nostri.
Negli ultimi giorni ha preso due batoste. Lo sciopero generale dei trasporti del 30 novembre e quello dei Tir. Per lui, due fieri colpi al suo ego. Per noi due colpi non da poco sugli zebedei. Lo sciopero dei Tir era annunciato da un mese durante il quale gli autotrasportatori hanno aspettato inutilmente di essere ricevuti dal ministro per illustrare i loro guai. Ma il Tentenna tergiversava non sapendo che pesci pigliare. Incontrare i sindacati di categoria e dirgli di no gli dispiaceva. Dire di sì alle richieste non poteva perché nel governo conta come il due a briscola. Così, ha pisolato.
Profittando della pausa, si è dedicato a più alte urgenze. Ha preso carta e penna e ha sottoscritto con i colleghi Paolo Ferrero, Fabio Mussi e Alfonsino Pecoraro, un appello al premier contro la base Usa di Vicenza. Quando poi i camionisti si sono scocciati e hanno bloccato l’Italia, si è ricordato anche di loro e li ha ricevuti a sciopero iniziato. Ha detto che lui quello che poteva fare l’ha messo nella legge finanziaria. Gli altri hanno risposto che era una goccia nel mare e se ne sono andati. In dieci minuti l’incontro è finito e chi s’è visto, s’è visto.
L’Indeciso allora ha deciso di fare il duro. Incalzato dalla Commissione Martone sugli scioperi che sollecitava la precettazione, il ministro si è messo a studiare il provvedimento. Chiunque, al posto suo, con gli italiani alla frutta - si fa per dire, perché con lo sciopero non si trova nemmeno quella -, se la sarebbe cavata in un’ora. Lui no, ci ha messo l’intera giornata di lunedì 11 e solo alle 19 ha partorito il classico topolino. Un decreto zeppo di multe e minacce che, come le grida di manzoniana memoria, non ha smosso di un’unghia i coriacei camionisti. Dove stavano, sono rimasti, con i Tir di traverso a bloccare strade e trafori.
Già da un anno i trasportatori hanno chiuso col ministro. Tant’è che quando il Tentenna, in un impeto di vitalità, ha creato al ministero una «cabina di regia» dei Trasporti per i problemi del settore, i sindacati hanno preteso la presenza fissa alle riunioni del premier Prodi. In altre parole, per vedere Alex da solo, non si sarebbero neanche scomodati. Prodi, che ha il filo diretto con l’Onnipotente, non si è ovviamente mai degnato di affacciarsi e la cabina ha fatto fiasco. Il povero Bianchi, per evitare il flop, aveva suggerito una soluzione intermedia. Riunirsi tra loro per istruire le pratiche e pellegrinare poi insieme a Palazzo Chigi per il vaglio del Supremo. I sindacati, però, a corto di tempo e di stima, hanno lasciato cadere la patetica proposta.
La verità è che tutti sanno nel mondo dei trasporti - dalle Ferrovie all’Alitalia, dai camionisti ai marittimi - che Alex è nudo. Politicamente non conta un tubo e, poiché i cordoni della borsa sono nelle grinfie del tronfio Tps, ministro dell’Economia, non conta un tubo in assoluto. Per converso, ricadono su di lui tutti i guai: dalle ferrovie inaffidabili coi pidocchi, all’agonia di Alitalia, ai Tir immobili. Conclusione, l’infelice Bianchi è da mesi il ministro di cui gli italiani meno si fidano. Ultimo in classifica nei sondaggi di un giornale amico come Repubblica. Se a questo si aggiunge che un tipo come Totò Di Pietro ha un gradimento doppio al suo, ad Alex non resta che tornare da dove è venuto.
Quando Bianchi fu nominato ministro, l’Italia intera si chiese: «Bianchi chi?». Alex fece l’impossibile per rispondere alla curiosità dei concittadini. Poiché veniva da Reggio Calabria, dove era rettore dell’Università Mediterranea, gli fu domandato cosa pensasse del Ponte sullo Stretto. «Opera inutile e dannosa», sentenziò. Il giorno stesso l’Impregilo, capofila delle società costruttrici, perse cinque punti in Borsa. Alex ci prese gusto e aggiunse che l’Alitalia doveva sparire. Il titolo franò di dieci punti. Soddisfatto, ci riprovò con le ferrovie, dicendo che facevano ribrezzo. Ma poiché la società non è quotata, non successe nulla. Allora cacciò il presidente Catania, vicino alla Cdl, e ci mise il sindacalista Moretti, in quota Ds. Dopo questo assaggio delle sue competenze economiche, ha fatto outing sulle preferenze politiche, rievocando un suo viaggio all’Avana. «Ascoltare per ore il discorso del primo maggio di Fidel (Castro, ndr), nella Piazza Grande - ha detto -, mi ha dato emozioni forti. Ammiro molto quello che ha fatto». Il leghista Calderoli lo invitò prontamente a «cambiare nome da Bianchi in Rossi e andare a fare il ministro a Cuba».
Se avesse seguito il consiglio avremmo fatto bingo. Ci saremmo salvati noi e i cubani pure. Col crollo del regime.