Bianchini, Varese e il basket «Pagheremo queste follie»

«Ho ritrovato una situazione spaventosa. Gente che va e viene in continuazione: siamo vittime di questo liberismo totale. Ma c’è ancora chi fa bene, come Avellino»

da Varese

Venne, vide, ma non vinse. E probabilmente non vincerà nemmeno oggi alla ripresa del campionato nella trasferta di Bologna contro la Fortitudo. Valerio Bianchini addenta un’ala del pollo allo spiedo comprato in rosticceria guardando la collina e i cavalli di Mustonate, l’ultimo paradiso vicino al Lago di Varese, lontano dal sogno del primo giorno adesso che la Cimberio sembra davvero candidata a retrocedere. Lui si ribella, cerca la terra pur trovandosi in mare aperto e senza bussola, ride quando gli dicono che non ha neppure la memoria per ricordare i nomi dei giocatori, sorride ed ironizza pensando che a Roma martedì, mentre gli davano il premio Campidoglio, sportivo fra il vecchio Losi e Paola Croce, personaggio insieme alla Mannoia e a Suor Maria della neve, sentiva che poteva essere l’ultimo ballo in una carriera splendida e lo chiamavano già ex allenatore: «Alla nostra età bisogna cogliere l’attimo fuggente, ma tutto va troppo veloce. Non sono pentito di aver accettato la sfida con Varese, vorrà dire che come il venditore di Sidro cantato da Lee Masters non mi farò seppellire sotto un cipresso, ma sotto il melo del basket per dare ancora qualcosa ai giovani che noi abbiamo corrotto con questo sistema usa e getta, con questo mondo che accetta le irregolarità di squadre sempre in divenire, ma che non arrivano mai da nessuna parte. Berrò il veleno come Socrate per questo danno fatto ai giovani, ma vorrei aiutarli ancora».
«Non ho fatto una pazzia»
Il solito Bianchini immaginifico che spazia con la mente, ti legge nel cuore e non ammetterà mai di aver fatto una pazzia pensando di salvare una squadra nata senza equilibrio interno: «Non è stata pazzia. Lo sport è così, ci si mette in gioco. La vita è fatta per viverla. Ho trovato un basket spaventoso, così diverso da pochi anni fa, quando arrivai a Varese nel 2000 c’era qualcosa in cui credere, adesso non sai più dove cercare l’anima del giocatore in questo mercato che andrebbe bene se non ci fossero le retrocessioni, perché fra gente che va e che viene puoi azzeccare le scelte, ma se sbagli ci riprovi l’anno dopo. Così siamo in mezzo ad una palude dove non trovi identità. Trovi squadre sempre diverse, prepari una cosa e ne scopri un’altra. Perso il criterio base per uno sport di squadra, quello di lavorarci sopra, avendo il tempo per farlo, per far capire che servono ingegneri e muratori, per far credere che un muratore può prendersi la laurea, adesso il manovale vuole fare almeno il geometra e se non gli dai questa possibilità sceglie un altro cantiere e via così. Appartenenza, sacrificio nel gruppo, questa era la base, ma le società non se ne occupano perché a guidarle, troppo spesso, non è gente di sport. La situazione è gravissima. I giovani hanno la testa sempre altrove, disposti ad andare dovunque, senza rispetto per la gente che sulle tribune vive la sua Second Life, la seconda vita credendo in qualcosa che non trova sul lavoro. Siamo in un professionismo estremo dentro il dilettantismo. Chi compra mette soldi e vuole risultati subito, una volta ti davano almeno tre anni, adesso neppure tre settimane».
Varese ci ha creduto e ci crede ancora, non si può dire che non vi abbiano appoggiato: «Certo che no, una città mitica per il basket, per il suo amore verso questo sport, con un proprietario appassionato, con la gente in fila anche per vederci nella lotta in fondo alla classifica, ma gli errori fatti li pagheremo cari, vittime di questo liberismo totale».
Belle parole, ma altri sono andati bene, prendiamo Avellino, ammetterà di essere un po’ invidioso vedendo Tonino Zorzi, un veterano come lei, felice e vincente. «Nessuna invidia, molta felicità invece: hanno vinto una bellissima finale, ho visto un bel gioco, ma elogiando Zorzi non si deve sminuire un grande come Boniciolli. Insieme hanno fatto vedere cosa vuol dire costruire una squadra mettendoci passione e talento, esaltando le qualità dei singoli per il gruppo».
L’ultima speranza
Sessanta giorni con Varese, ultimo in classifica, il domani sarà anche un altro giorno, ma non ci sono speranze: «Non è vero, se la fortuna ci ricompensasse in qualche modo tenteremmo ancora, la squadra adesso sembra equilibrata». Certo sarebbe stato meglio diventare presidente di Lega, così almeno questa battaglia contro il suk del mercato aperto l’avrebbe combattuta sulla trincea giusta: «Balle, quella era vernice, solo una carica formale, non è la Lega a dover cambiare, spetta a federazione e Coni dare la grande svolta».
Allora avanti con la candidatura alla presidenza federale o le sembra impossibile? «Giusto, impossibile, i giochi per i voti si fanno molto prima e sono già fatti adesso, speriamo che vogliano salvare certi valori come hanno fatto a Siena, dove sono primi non soltanto per la forza economica. Avellino, Montegranaro, qualcuno ha fatto bene, noi no, peccato».
Lei parlava dei giovani corrotti, uno come Gallinari lo terrebbe in questo circo o lo vorrebbe subito nella Nba? «Subito via, talento grandissimo, non deve andare di là dopo essersi abituato male qui, perché poi ti rispediscono a casa come hanno fatto con Jasikevicius. Dolorosa perdita, ma in un sistema del genere, nel regno dell’usa e getta, allora meglio andare nel vero professionismo, non stare nel falso dilettantismo».