Bianciardi, un anti-milanese per sport

Raccolti in volume gli articoli che lo scrittore firmò tra il 1970 e il 1971 per il «Guerin Sportivo» diretto dall’amico Gianni Brera Riflessioni «d’autore» sul calcio, l’Italia, la cultura e la politica...

Era, nell’ordine: un grande scrittore; un irregolare del pensiero; un appassionato di calcio (ma senza prendersi troppo sul serio); alquanto milanista. In più era un amico. Cinque buoni motivi per i quali a un certo punto - anno di scarsissima grazia 1970: Nazionale italiana seconda per sbaglio in Messico e Nazione Italia che sta passando dal boom alle bombe - il «gran lombardo» Gianni Brera volle Luciano Bianciardi (grossetano di nascita e anti-milanese d’adozione) come firma illustre del Guerin Sportivo, la più antica e prestigiosa rivista italiana di calcio&dintorni che il Gioânn si trovava in quegli anni a dirigere.
Lo sventurato rispose. E così, dal 28 settembre 1970 al 15 novembre 1971 (il giorno dopo la morte, avvenuta a Milano, per autodistruzione) Lucianone Bianciardi nella sua rubrica battezzata «Così è se vi pare», col pretesto di rispondere alle lettere dei lettori del Guerino, per un’intera stagione si trovò a discettare di calcio in primis e del mondo in secundis, ovvero: politica (e sì che lui si professava anarchico), letteratura (un mondo che dominò ma dal quale si chiamò sempre fuori), costume (parola che detestava) e varie vicende d’Italia (Paese che poco sopportava, peraltro). «Pezzi», come si dice in gergo, d’antologia. E infatti il figlio Ettore, trentacinque e passa anni dopo (cioè oggi), ha deciso di riunirli in volume scegliendo come titolo una delle tante idiosincrasie del padre-scrittore: Luciano Bianciardi, Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa, pagg. 382, euro 16,50).
Il giornalismo sportivo all’epoca era considerato di serie B (cosa strana, visto che in materia scriveva gente come Giovanni Arpino, Alfonso Gatto, Gianni Brera appunto), ma qui Bianciardi - che aveva rifiutato una collaborazione al Corriere della sera di Montanelli - trovò l’ambiente giusto per dire la sua, su tutto: letteratura («Cuore è molto, molto più crudele di Diabolik. È un libro fatto apposta per far piangere, un secolo fa, i ragazzi italiani»); sport minori («Il baseball a me pare una via di mezzo fra la lippa e i quattro cantoni»), premi Nobel («da qualche anno lo assegnano non per premiare qualcuno, ma per fare dispetto a qualcun altro»), scrittura («Preferirei lettere brevi, diciamo non più di centocinquanta parole. Si possono dire molte cose. I dieci comandamenti non superano le sessanta, eppure non vi pare?, contengono parecchie idee giuste»), politica (con qualche scivolone, però: per lui Mao Tse Tung è «il più grand’uomo politico del secolo»...), moviola in campo (nei confronti della quale è molto scettico), divorzio («È un rattoppo su qualcosa di finito male. La battaglia per il divorzio è una battaglia di retrovia. Occorre battersi per il matrimonio») e via dottoreggiando, da Rivera che gioca da padreterno a quel «mafioso irlandese» di Kennedy. Luciano Bianciardi: «un big della narrativa moderna», come lo apostrofavano i suoi sfegatati lettori. Uno che «tirava il carrello» da mattina a sera (battè a macchina almeno 50mila pagine nella sua vita agra) sempre sincero nelle risposte, altrettanto dispettoso nei giudizi. Quando il giornalismo - come la letteratura - era d’altri tempi.