Bianco, una metafisica coi fiocchi

Sono piccoli oggetti su cui il manto artificiale crea delicate suggestioni

Elena Pontiggia

La Galleria del Naviglio ricorda Remo Bianco (Milano 1922-1988), artista di imprevedibile fantasia, con la mostra «Neve di marzo», aperta fino al 30 aprile negli storici spazi di via Manzoni 45. Bianco è un artista che gli specialisti conoscono bene, che conta amici ed estimatori appassionati, ma che in realtà rimane ancora poco noto al cosiddetto grande pubblico.
Il fatto è che la sua vulcanica creatività, paradossalmente, gli ha nuociuto. Bianco era un artista che aveva mille idee al secondo, che cambiava continuamente sperimentazioni (spesso anticipando ricerche che si sarebbero affermate poi, in altri contesti e con altri protagonisti). Era in anticipo anche su se stesso. E il suo talento inquieto ha finito per danneggiarlo, come accade a tutti coloro che arrivano troppo presto. Non solo nel campo dell'arte.
Ma lasciamo questi discorsi, con la loro malinconia, e veniamo alla mostra. Dei tanti periodi, stili, linguaggi di Bianco, sono state esposte in mostra le «nevi», iniziate negli anni Sessanta.
Sentiamo come l'artista stesso racconta la loro genesi: «È stato proprio durante un Natale che ho osservato la neve finta, neve spray, che era stata rovesciata su un pino; questo pino, questa neve si erano induriti e il pino aveva preso una forma diversa. Allora avevo comprato le bombolette e avevo investito col loro contenuto alcune forme, giocattoli credo. Era stato un esperimento. Dieci anni dopo, l'idea era divenuta una possibilità concreta».
Le «nevi», infatti, sono piccoli oggetti, coperti di neve artificiale e a volte racchiusi in teche di plexiglas. Sono lavori di delicata suggestione: possono essere soldatini, tubetti di colore spremuti e accartocciati, registratori di cassa (naturalmente in miniatura), piccole nature morte con brocca e bottiglia, caraffe e frutta di plastica, centrotavola, fiori, carte da gioco, presepi minimi. E, ancora, possono essere ranocchi, rose, automobiline, aeroplanini, carri armati, telefoni, gabbiette per uccelli.
Bianco, insomma, mette in scena un intero universo, tutto coperto di una morbida nevicata che dà a ogni cosa un'apparenza metafisica. Ricorda Milena Milani: «Quante volte, con il mio amico Remo, avevo scherzato sulle sue invenzioni. La sua fantasia non aveva limiti. La neve finiva in vetrina, su ramoscelli che vibravano, investiti da quei luccichii misteriosi».
Artista singolare, insolito, indefinibile, Remo Bianco ha condotto un'opera eclettica, che si divincola dalle categorie. Vivendo una condizione di perpetua adolescenza espressiva, ripetendo un suo ironico e palazzeschiano «e lasciatemi divertire!», ha sempre concepito l'arte come un gioco, con una libertà e una volubilità linguistica venate di dadaismo e di concettualismo. Ancora in gran parte da scoprire.