Biarritz 1929: un banchiere ebreo in crisi di coscienza

Di Irène Némirovsky si fa ormai un gran parlare. Di questa brava (e prolifica!) scrittrice di lingua francese, ebrea, morta nel 1942 ad Auschwitz a 39 anni, da noi non si conosceva neppure il nome prima dell’anno scorso, quando Adelphi l’ha collocata tra i miti della moderna narrativa popolare con la pubblicazione di Suite francese. Ora Adelphi porta in libreria anche il primo romanzo, o meglio il romanzo della consacrazione, David Golder, pubblicato nel 1929. David Golder non ha mai smesso di incontrare la fortuna del pubblico e della critica (ne ricavarono anche un adattamento teatrale e uno cinematografico). La storia, ambientata per la maggior parte a Biarritz, riguarda una classe di ebrei russi arricchiti, sui quali è fin troppo facile indovinare come la pensi la narratrice. Non diversamente dall’Ivan Il’ic di Tolstoj, Golder è un uomo che ha sbagliato tutto nella vita. Vecchio e malato, riconosce il proprio disastro ma il tempo per i cambiamenti è finito. Diversamente da Ivan Il’ic, Golder non riuscirà a dire neppure una parola che lo salvi e lo renda padrone del suo destino nell’attimo fatale.
Chi ha già letto Suite francese o anche la novella Il Ballo (sempre Adelphi), ritroverà in David Golder i tratti più specifici della Némirovsky: una narrazione sicura e nitida, dialoghi efficaci, un’impressionante fedeltà al tema. David Golder, però, è ben lontano dal fulgore e dalla sapienza, artistica e umana, di quelle due opere (o di altre ancora inedite in italiano). Fanno principalmente difetto i personaggi. Bramosi come sono di consumare soldi e di procurarsene, si esauriscono nella bramosia e non arrivano mai ad avere un volto né un carattere. Ripetono pochi gesti, parlano solo di certe cose, si usano a vicenda in maniera stereotipa. Si obietterà che proprio questo volesse fare la giovane Némirovsky: creare macchiette e caricature. La troppa fame di denaro disumanizza, cancella i connotati, rende ridicoli. Niente di più condivisibile. Il romanzo, però, lo dice con eccesso di schematismo o, se vogliamo, di ingenuità.
Golder fa, in parte, eccezione. È l’unico che un pochino evolva e non sia bloccato in una mimica da marionetta, come quelle sanguisughe della moglie Gloria e della figlia Joyce. Spregiudicato e perfido all’inizio, conosce via via lo sconforto e il rimpianto. E, alla fine, non può non risultare simpatico, perché ha capito la vanità della ricchezza e adesso vorrebbe spenderla non più per dominare la vita degli altri ma per liberarsi di loro. Solo per fare la conoscenza di quel corpaccione provato, comico e tragico insieme, vale la pena di leggere il romanzo.