Biasotti: «Capolista a Tursi, poi mi riprendo la Regione»

L’ex governatore presenta il programma per la conquista del Comune. La Casa delle Libertà: «Ritroviamo lo spirito unitario del 2000»

Paola Setti

La prima domanda la fa Franca Brignola di Telegenova: «Presidente, ritorna?». E lui, che presidente non lo è più ma già ci si risente, risponde mostrando la maglietta arancione in vendita poco più in là a 8 euro, le spillette ne costano 2, un po’ care ma vabbè, le borse della spesa 3, i cappellini 4, le bandiere 5. C’è scritto -3.8, sulla maglietta, «perché fra tre anni e otto mesi ci riprendiamo la Regione» annuncia solenne Sandro Biasotti.
Alla gente che affolla il Teatro della Gioventù dice che «non abbiamo nulla da offrirvi se non la voglia di ritornare, ma voi lo sapete, siete qui per passione». E allora questa seconda convention del movimento arancione «Per la Liguria» segna il ritorno al futuro, a quello spirito unitario che nel 2000 portò la Casa delle Libertà a vincere le regionali e che, dicono tutti, bisogna ritrovare molto prima di tre anni e otto mesi, perché fra un anno ci sono le comunali «e non si vede perché dovremmo arrenderci a perderle» insiste Biasotti.
Gli altri partiti ci sono tutti. An, Gianni Plinio il capogruppo in Regione, Alfio Barbagallo il segretario provinciale, e poi in massa gli altri da Aldo Praticò a Gianfranco Gadolla a Giuseppe Murolo. Sono qui per dire una cosa di destra: «Libereremo Genova dai comunisti, cacceremo compagno Claudio dalla reggia di De Ferrari che prima non gli piaceva e adesso non gliela fai lasciare nemmeno con i paracadutisti della folgore» promette Plinio e conquista l’applausometro, e perché anche loro sono convinti che è dal programma che bisogna partire, e infatti consegnano il loro a Biasotti, l’unione fa la forza. C’è la Lega Nord, Francesco Bruzzone e Bruno Ferraccioli i segretari regionale e provinciale, dice Bruzzone che «Biasotti è stato il miglior presidente da che esiste la Regione, solo che metre noi lavoravamo non ci siamo accorti che erano sbarcati i marziani, questa sinistra che aumenta le tasse e dà le case ai nomadi», applausi. C’è l’Udc numerosissimo, per tutti parla Giandomenico Barci che «mi son preso un anno sabbatico ma questo entusiasmo mi ha convinto a tornare» e che «ricordate che noi non siamo sconfitti, perché il centrosinistra sta tagliando i nostri nastri», ancora applausi.
Sul palco con Biasotti a illustrare le dieci priorità per Genova ci sono i consiglieri regionali Gianni Macchiavello, Matteo Marcenaro, Franco Rocca, parlano a una sala gremita e alla strada, perché fuori, in via Cesarea, ci sono gli altoparlanti per chi non è riuscito a entrare. È il teatro della Gioventù, ricorda Plinio che «lo abbiamo fatto noi e invece di darlo agli amici degli amici come avrebbe fatto la sinistra lo abbiamo donato alla città», le mani si scorticano. Insomma si riparte, «ritroviamo la concordia» dice Beppe Costa il capogruppo in Comune di Forza Italia, il coordinatore metropolitano Roberto Cassinelli non c’è ma ci tiene a far sapere che non è boicottaggio, solo un impegno concomitante. Si riparte con tutti, qui ci sono anche i liberali, il partito repubblicano, l’associazione dei popolari europei di Tullio Mazzolino. Tutti pronti alla corsa per Tursi, e si vedrà come, se con una lista unica del centrodestra o se ognuno per sé uniti da un candidato unitario.
Dice Biasotti che lui non farà il candidato sindaco, ma darà una mano e magari sì, farà il capolista. Intanto c’è da «ridare speranza a questa città economicamente mal messa» e da costruire un programma condiviso: grandi infrastrutture, attenzione ai bisogni della gente, no alle case popolari ai nomadi, «ma che cavolo di nomadi sono se si radicano creando problemi ai quartieri?», l’Amt da risanare che «è al disastro», l’idea della funivia da ponente a levante alle alture. È un periodo difficile, avverte Biasotti, il centrodestra esce da «tre batoste elettorali», ma «calma e gesso: toccato il fondo si può solo risalire».