Bibi Andersson: «Bergman? Un mito odiato in Svezia»

Fårö è stata l'isola della vita e della morte per Ingmar Bergman. Così per la rassegna, i convegni e la mostra sul regista svedese, il titolo Fårö su Bergman è venuto facile. La manifestazione si è aperta ieri al Piccolo Teatro Strehler, con la lettura tenuta da Berit Elisabeth (Bibi) Andersson, legata a Bergman professionalmente e anche sentimentalmente. La lettura è stata seguita dal film Persona, girato da Bergman a Fårö nel 1965 con Bibi e l'esordiente Liv Ullman: fra loro, un'identificazione sullo schermo, un passaggio di testimone nella realtà. La carriera di Bibi continuò poi anche nel cinema italiano (Violenza al sole di Florestano Vancini; Scusi, lei è favorevole o contrario? di Alberto Sordi; Il sogno della farfalla di Marco Bellocchio). Sta ora per uscire Racconti di Stoccolma di Anders Nilsson.
Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Il volto, Persona... Signora Andersson, dai vent'anni lei è nella storia del cinema. Con Bergman gli attori erano un club, un harem o un monastero?
«Il clima della lavorazione era soprattutto quello di un monastero. Spesso si girava a Fårö: era ovviamente Bergman a scegliere dove girare. Io potevo solo fare o non fare il film».
Vi siete conosciuti girando una pubblicità per la tv, per il sapone Bris, a esser precisi.
«Ero un'adolescente, mentre Bergman aveva già firmato film importanti. Il mio ruolo nello spot - ne girai uno solo, su una decina della serie - era quello di una principessa».
L'amore con lui nacque subito?
«Harriet Andersson (omonima di Bibi, ndr) notò che c'era interesse di Ingmar per me: “Ecco la prossima” - disse».
Rivali?
«Fra le donne intorno a Bergman in generale non c'era rivalità. Si diventava amiche».
Dopo, magari. Bergman aveva un tecnica di seduzione?
«Sapeva conquistare le attrici e questo non mi piaceva».
Le piaceva lui, ma non questa sua abilità?
«Siamo stati insieme due anni. Ce ne sono voluti cinquanta perché mi innamorassi di nuovo (e accenna al marito, con lei a Milano, ndr)».
Difetti del Bergman privato?
«Tutto andava bene finché si faceva come diceva lui».
Contava la fama nel fascino di Bergman?
«Molto. “Se non fossi famoso, non sarei io”, mi disse».
Per mezzo secolo Bergman le è mancato. Avrà letto allora Lanterna magica e Immagini?
«No, per molto tempo. Credevo di conoscerlo abbastanza per fare a meno dei suoi libri. Mi sbagliavo. Era più saggio di quanto credessi».
Oltre a una tecnica di seduzione, Bergman aveva una tecnica d'interpretazione?
«No. Lasciava liberi gli attori. Si limitava a starci molto vicino. Il monastero di cui le dicevo prima».
Gli svedesi come vedevano Bergman vivo?
«Prima l'odiarono, poi lo rispettarono, infine lo dimenticarono. Solo quando capirono che per gli stranieri era un mito si adeguarono».
Perché l'odiarono?
«Come provocatore».
Odiato sì, amato mai?
«Non era uno che facesse ridere».
Già, sul ridere Bergman è a un polo, Sordi a un altro. E lei ha lavorato con entrambi.
«Sordi? Un giovanotto vitale. La mia partecipazione a...? Come si chiamava il film?».
Con un quesito: Scusi, lei è favorevole o contrario?.
«La mia partecipazione si limitò a pochi minuti di pellicola e due giorni di lavoro».
Breve ma intenso?
«Soprattutto breve».