Biblioteca dei Ragazzi

Più eccitante di una telenovela. Più coinvolgente di un’intera serie di Turisti per caso. Più circostanziato di una galoppata sulle onde del web. Perché nel romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni (1873) si è catturati in una spirale di cambi d’azione, di giochi della fantasia (sempre mescolata alla realtà), di generi narrativi mutanti, dall’avventura al western, dal giallo al rosa.
Messo piede nell’elegante sala da gioco del londinese Reform Club, palo d’inizio dell’incredibile corsa avvinghiata ai paralleli del mappamondo, il lettore cade preda di quell’effetto che è nei sogni di ogni romanziere: un’invisibile catena lo avvince alle righe e, colpo di scena via l’altro, non può che arrivare al finale mozzafiato, con la voglia di sfogliare all’indietro, per scoprire se gli è sfuggito qualcosa. Uno dei ferri del mestiere di Verne è il taglio giornalistico. Quando ci parla di navi o di treni (il progresso tecnologico è una delle sue passioni), non mancano mai i dati strumentali: velocità in nodi, tonnellaggio (qui il record appartiene al «Mongolia», 2800 t., 500 cavali vapore, steamer d’acciaio sulla tratta Brindisi-Bombay, con scali carbonieri a Suez e Aden, crociera 10 miglia all’ora), dettagli d’armamento, a goletta, due alberi, a brigantino, tre alberi, con velatura che in quest’epoca di transizione sfrutta il vento per stabilizzare il guscio di ferro sui marosi, e guadagnare tempo. La realtà storica è il robusto telaio dell’immaginazione.
Tutto comincia al Reform Club, dove l’eroe, Phileas Fogg, durante la rituale partita a carte pomeridiana, scommette con quattro colleghi di ripresentarsi dopo 80 giorni esatti, con il passaporto vidimato ad ogni tappa, a riprova del fatto che ha compiuto il giro del globo. Al 104 di Pall Mall, cuore della City, si erge ancora il palazzo, in stile rinascimentale italiano, costruito per ospitare il club fondato nel 1836 da Edward Ellis. Era un circolo esclusivo di parlamentari liberal, sostenitori del Reform Act, una modifica elettorale in senso democratico. Ecco un indizio sul misterioso Fogg, che sarà flemmatico, metodico fino alla mania (licenzia il maggiordomo perché gli scalda l’acqua per radersi a 84 gradi Fahrenheit, invece che agli 86 prescritti), ma che oltre al cervello matematico, ha un cuore pronto a balzi audaci, a scelte eccentriche e generose.
Verne scolpisce il carattere del suo uomo con lo scalpello del paradosso: calcolatore impassibile (una dote vincente al tavolo da whist, ma anche di fronte agli innumerevoli contrattempi di un viaggio planetario), eppure capace di giocarsi tutto per salvare un amico. Lo stesso Phileas è tutt’altro che un parto fantastico. Lo scrittore fonde nel racconto due americani che fecero scalpore per le loro imprese di globe-trotter. George Francis Train, magnate e avventuriero, concluse il suo tour nel 1870; William Perry Fogg scrisse Intorno al mondo, una raccolta di corrispondenze al giornale di Cleveland, raccolte in un volume che ispirò Verne.
Consigliamo ai giovani lettori di seguire l’impresa di Phileas su un atlante: lo vedranno procedere verso Est (la direzione del viaggio con la legge dei fusi orari è determinante per la supersorpresa finale), tagliare per quattro volte la linea del Tropico e accarezzare l’Equatore. Un bel ripasso di geografia. Che può anche trasformarsi in un gioco di memoria, una sfida con se stessi o in gruppo, un quizzone da fare invidia a Gerry Scotti. Quali sono, nell’ordine, le stazioni ferroviarie che collegano San Francisco a New York, Ocean to Ocean? Con quale strano veicolo terrestre a vela Fogg fila a tutta velocità sul fiume Platte gelato? Quanto stazza la goletta che salpa da Hong Kong e nel suo nome, «Tankadère», ricorda un boat-people cinese? Da quale foce di fiume americano esce in mare aperto l’«Henrietta», così chiamata in onore della madre di Jules, Sophie Nanine Henriette Allotte de la Fuÿe? Come s’intitola l’orario che Phileas stringe sempre sotto il braccio? Non è quello di Trenitalia: sarebbero saltate troppe sue coincidenze al cardiopalmo.