Biblioteche, l’Italia non ha libri a perdere

Negli Usa si pensa di «pensionare» i volumi poco usati. Anche le nostre strutture pubbliche hanno problemi di spazio. Ma non vogliono alienare i loro «beni demaniali»

Che gli americani vogliano liberarsi dei libri poco consultati nelle biblioteche pubbliche, è in linea con una concezione del bene comune che ritiene superfluo tutto ciò che non risulta immediatamente utile. Nel nostro Paese le cose stanno diversamente. «Noi italiani siamo affetti dal Morbo di Gutenberg», chiosa allegramente Mauro Giancaspro, direttore della Biblioteca nazionale di Napoli, una delle tante biblioteche conservative della penisola, nella quale oggi sono ordinati oltre due milioni di volumi. «Ma i libri sono giuridicamente “beni demaniali”». Insomma, appartengono a tutti e dunque non è possibile disfarsene. «Sono patrimonio indisponibile dello Stato», aggiunge Osvaldo Avallone, direttore della Biblioteca nazionale centrale, con sede a Roma e con il dovere di tenere copia di tutto quanto viene stampato in Italia. «È la proprietà dell’accrescimento indefinito», continua. «Fanno dalle 30 alle 50mila unità l’anno». Il che spiega gli ormai 7 milioni di volumi, i 134 chilometri lineari di scaffali, i 25mila metri quadrati di magazzini. Gli americani potranno buttare a mare le vetuste copie di Henry Adams o di Ernest Hemingway, ma noi no. Noi non ci libereremo mai neanche dell’autobiografia di Al Bano o delle telericette della Clerici.
«I libri non si buttano mai, al massimo si regalano», commenta Sergio Altieri, editor dei Gialli Mondadori, traduttore degli americani Raymond Chandler e Dashiel Hammett e autore egli stesso di romanzi storici con vasto seguito di lettori (con lo pseudonimo di Alan D. Altieri). «Si possono sempre mettere su cd, o in lettura ottica in formato pdf. Una nazione che sostituisce Emily Dickinson con John Grisham ha un problema. Il suo è l’ultimo atto di una disposable society, società dell’usa e getta». Dello stesso parere la scrittrice torinese Stefania Bertola, autrice di romanzi che regolarmente si affacciano alle classifiche di vendita. È convinta che «più libri una biblioteca ha, meglio è. Soprattutto se è pubblica. Ma gli americani non mi stupiscono. Questi gesti rientrano nella loro logica comportamentale».
E allora si trovano soluzioni alternative, come spiega Laura Malfatto, vicedirettrice della biblioteca Berio di Genova. «Bisogna distinguere fra biblioteche di pubblica lettura, dove è normale che a disposizione ci siano i testi maggiormente richiesti, e quelle che hanno funzioni più conservatrici. Uno dei metodi più utili, soprattutto per giornali e riviste, è quello della microfilmatura, o della riproduzione digitale». Insomma, non c’è bisogno di tenere tutto in formato cartaceo. La digitalizzazione della stampa è un toccasana che fa risparmiare chilometri di falegnameria. E non è l’unico: «Pensiamo all’espansione dell’editoria elettronica», continua Giancaspro. «Oggi tutte le grandi enciclopedie appaiono anche in formato elettronico, su dischetto».
Alla Sormani di Milano è da tempo in corso la digitalizzazione dei volumi, non solo o non tanto quelli consultati dal grande pubblico, ma anche quelli a disposizione degli studiosi, che eviteranno così, sempre più, di impolverarsi le mani e di scartabellare a vuoto. Il sistema ci è stato illustrato dalla direttrice Stefania Jahier, che consiglia agli interessati di verificare via Internet lo stato di avanzamento dei lavori: www.comune.milano.it/biblioteche.
Certo, sono operazioni che costano. A Roma, spiega ancora Avallone, hanno avuto offerte dalla Biblioteca Digitale Europea e dal colosso internettiano Google per un sistema che rendesse disponibile on line gran parte del loro patrimonio, costituito anche da atti e documenti parlamentari. Per ora non se ne fa nulla, perché «a parte il taglio di bilancio del 30 per cento recentemente subìto, non si risolverebbe il problema dello spazio; per legge quei documenti vanno conservati anche nel formato originale cartaceo».
Infine, male che vada, anche le opere meno consultate e quelle di minor valore letterario o documentale, godono di una sorta di garantismo da macerazione. Il cosiddetto «scarico», cioè la loro giubilazione a miglior vita, è un procedimento burocratico lento. Lo spostamento fisico dei volumi dev’essere autorizzato dalla Regione, sulla base di norme che fanno a loro volta capo a leggi nazionali. La discesa verso l’onta della distruzione è dunque lenta e arrestabilissima: le opere passano via via a depositi esterni, poi ad altre biblioteche, infine rientrano in circolazione attraverso cessioni a enti e istituzioni e, come ultima ratio, sono regalate al pubblico.
«Noi i libri cerchiamo di acquisirli, meglio ancora se in regalo», commenta Dario Voltolini, scrittore e direttore della Scuola di scrittura Holden di Torino, dove ha sede una piccola biblioteca per gli studenti. «Evidentemente l’America non è più il Paese dei grandi spazi. Quanto a buttare i libri, io non sono certo un talebano; alcuni forse meriterebbero il macero. Ma qual è il criterio? Non può essere quello della frequenza delle richieste. Quasi tutti posseggono una copia della Bibbia. Dunque la Bibbia è presumibilmente poco consultata nelle biblioteche pubbliche; che facciamo, la buttiamo?». Per la scrittrice napoletana Antonella Cilento «una biblioteca che butta i classici è una biblioteca che non funziona. Meglio rivitalizzarli, quei classici, tantopiù che sono stati, a loro volta, dei bestseller».
Esiste in Italia, come esiste in America, un censimento statistico di quanto viene quotidianamente richiesto e consultato, letto e preso a prestito? Questione controversa. Sono informazioni accessibili nelle biblioteche di conservazione, difficili da ottenere in quelle «a scaffale aperto», dove non viene tenuto un conto preciso e in tempo reale degli svariati movimenti interni. Si rischierebbe comunque di scoprire che il famigerato diario di Melissa P. passa per più mani e sotto più occhi che il sublime Canzoniere del Petrarca. Almeno per il momento.
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