Il bicchiere mezzo vuoto dei Grandi

Come spesso accade c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto. La riunione dei ministri finanziari e dei governatori delle Banche centrali dei Paesi del G7 si è, infatti, conclusa con un’ennesima manifestazione d’intenti con un di più di respiro strategico. Gli aspetti positivi sono innanzitutto: a) l’approccio alla crisi economica sul versante del sostegno alla crescita e all’occupazione (ma si poteva dire il contrario o ignorare l’emergenza?) e il rifiuto di ogni protezionismo; b) la sollecitazione ai singoli Stati perché approvino e realizzino i rispettivi piani anticrisi caratterizzati da un mix di aumento di spesa pubblica e di riduzione della pressione fiscale; c) l’accelerazione della stabilizzazione dei mercati finanziari sul terreno della liquidità e della ricapitalizzazione delle banche alle quali giustamente Draghi ha richiesto di far emergere tutti i titoli tossici che rendono opachi i loro bilanci. Obiettivi, questi, largamente condivisibili, anche se bisognerà verificare l’efficacia degli strumenti che saranno messi in campo. Su questo terreno siamo ancora, infatti, al caro amico. Un esempio per tutti. Come potranno le banche espellere i titoli tossici dai propri bilanci se non prende forma la cosiddetta bad bank nella quale collocarli? Questo strumento è la soluzione più semplice, ma nessuno dei Sette Paesi ha messo sinora mano alla realizzazione sua o di altri strumenti analoghi, così come per la ricapitalizzazione delle banche si oscilla tra nazionalizzazioni od obbligazioni convertibili garantite dallo Stato, ma con una cedola tanto alta da rischiare di far saltare il conto economico degli istituti di credito. Giulio Tremonti ha inserito nel documento quel di più di respiro strategico di cui parlavamo, chiedendo nuovi principi e regole comuni per costruire un diverso ordine mondiale. Ogni pulsione strategica va apprezzata e sostenuta, ma l’accettazione di un siffatto postulato ci sembra sia stato più un atto di cortesia verso chi è il presidente di turno del G7 che non un’adesione convinta a un approdo necessario pur se sfrondato dai troppi richiami etici. Una sana economia di mercato la si costruisce e la si difende con regole, divieti e sanzioni e non certo con prediche che spesso vengono utilizzate da chi persegue fini esattamente contrari, come hanno dimostrato questi ultimi terribili anni. Per chi, come noi, da anni conduce su questo versante battaglie durissime è sconcertante il fatto che nel documento del G7 non venga messa sul banco degli imputati la finanziarizzazione dell’economia mondiale, quel mostro, cioè, che ha reso la finanza un’industria del danaro fine a se stessa e non più al servizio della produzione di beni e servizi. E tutto questo è figlio di regole che ancora oggi, nonostante il disastro, sopravvivono nei mercati finanziari. È passato quasi un anno da quando al G7 di Tokyo il Financial Stability Forum guidato da Mario Draghi ha indicato alcuni rimedi a questo stato di cose, e nessuno dei Paesi ha ritenuto di prendere una sola di quelle aspirine come le definì polemicamente Tremonti. Insomma, per dirla con parole povere, se dopo quasi due anni dall’inizio della crisi dei mutui subprime (agosto 2007) siamo ancora ai documenti di principio e all’elencazione degli obiettivi, chi vede il bicchiere mezzo vuoto ha ragione da vendere. D’altro canto un nuovo ordine mondiale passa inevitabilmente per un diverso rapporto tra le monete (quella cinese da anni è sottovalutata) e la conclusione di quell’infinito negoziato commerciale che va sotto il nome di Doha Round. Per essere realistici il G7 di Roma va visto come preparazione al vero appuntamento, quello di Londra, quando si riunirà il G20 che rappresenterà l’85% del Pil mondiale e che vedrà al tavolo della trattativa tra gli altri Paesi come Cina, India e Brasile, e cioè un terzo dell’umanità, nella speranza che nel frattempo i componenti del G7 facciano ciascuno fino in fondo la propria parte per contrastare la crisi economica. A cominciare, naturalmente, da noi che quando l’economia cresce restiamo tra gli ultimi e quando si va in recessione siamo tra i primi.