In bici alle prove Così il gruppo prepara il tour

Vita sana e puntualità. In una piccola sala di Toronto i rockers studiano la scaletta per il debutto del 21 agosto a Boston

Paolo Giordano

Ma guarda com’è puntuale. La bicicletta poi: è sempre appoggiata bene al muretto, dritta come un fuso così non cade. Mick Jagger arriva tutti i giorni alla stessa ora nel cortile del Greenwood College di Toronto, la scuola privata dove i Rolling Stones provano e riprovano le canzoni della nuova tournèe che, detto tra parentesi, ha già venduto il 97 per cento dei biglietti disponibili. Turno da rockstar: quattro o cinque ore sul palco, poi di nuovo bici e sempre via di corsa, anche l’altro giorno, il 26, che era il suo compleanno. Sessantadue. D’altronde i vizi hanno un limite: se riesci a conviverci, dopo un po’ annoiano come un turno in banca e la normalità diventa, alla fine, la trasgressione più golosa. E così, nella noia dell’eccesso, c’è l’elisir di lunga sopravvivenza dei Rolling Stones, il gruppo che ha un passato così lungo proprio perché ha sempre avuto un futuro così corto, un giorno, un mese, un anno al massimo e poi basta: troppi eccessi per essere più generosi nei pronostici. Quando entra in scena Keith Richards, le piccole luci del Greenwood College si infiammano sul braccialetto d’argento che porta sempre al polso sinistro: «Mi ricorda quando sono stato arrestato qui a Toronto per possesso di eroina, era il ’79». Oggi Keith Richards ha le dita deformate dall’artrosi, «in certi giorni sembrano zucchine», e per questo la sua chitarra ha sei corde invece di sette. Pochi ci credono quando lui riesce ancora a inzuppare di ritmo gli accordi di Paint it black o Gimme shelter ma trovatelo un altro che li suoni allo stesso modo e che ci infili la stessa vita, o la stessa illusione, dentro.
Per sei anni, negli Ottanta, lui e Mick Jagger non si sono neanche fatti gli auguri di buon Natale, era la crisi di mezz’età di un gruppo che ha vissuto al contrario. E oggi i Rolling Stones volano sull’aereo privato con i mobili d’epoca (del Settecento, dicono) neppure fossero emiri, ma un mese prima di iniziare la tournèe, l’ennesima tournèe mondiale, mettono a punto la scaletta con la stessa minuziosa precisione di un gruppetto esordiente. Poco distante dal Greenwood, al Pearson Airport, c’è un hangar dove gli Stones seguono l’allestimento del palcoscenico che li seguirà tutte le sere per un anno. Un anno, un centinaio di show. E Mick Jagger, che ha l’età di un pensionato e ha vissuto già due o tre vite, prende lezioni di canto come un ragazzino (e nel nuovo disco si sente). Dopo essere arrivati a fine corsa, all’inizio degli anni Novanta, i Rolling Stones avevano due alternative: parcheggiare oppure ricominciare daccapo. Nell’incapacità di fermarsi, hanno continuato, ci hanno pure preso gusto e, forse per questo, quella bici è sempre parcheggiata così bene fuori dalla sala prove. La vera trasgressione, per un neosessantaduenne, è alla fine cantare per tre ore sul palco lasciando col fiatone solo il suo pubblico.