Biciclette, casinò e viaggi: ecco la finanza creativa delle "camicie verdi"

L'inchiesta su conti e proprietà dei partiti. Non solo fondi in Tanzania. Il Carroccio ha investito anche in casinò e istituti di sondaggi, non sempre con fortuna

Roma - «È una situazione bestiale, i militanti sono incazzati neri, spendono soldi loro per pagare le bollette delle sedi e poi leggono della Tanzania! Io mi faccio solo una domanda: perché il conto corrente della Lega, che è sempre stato a Milano dove c’è la sede centrale, adesso è a Genova?». La domanda se la fa un parlamentare leghista di primo piano, ma in una situazione del genere nomi e cognomi sono banditi.

Nel mirino della Lega anti-cerchio magico stavolta c’è Francesco Belsito, il custode dei soldi di partito. È lui, nella sua Genova, a gestire i conti e gli investimenti del Carroccio tramite il Banco Popolare, con l’avallo di un ristretto gruppo di fidati della famiglia Bossi. Nella finanza leghista il tesoriere ha un ruolo centrale, è lui che ha le firme sui conti e che dispone i movimenti. Lo statuto della Lega Nord in verità prescrive che le decisioni siano discusse e deliberate da organismi di partito, un comitato amministrativo (di cui fanno parte Castelli e Stiffoni) e il consiglio federale. Nei fatti, decidono i vertici in autonomia, e i vertici significa Bossi e pochi altri, tra cui appunto Belsito (leghista da un decennio, fino a poco tempo fa anche nel Cda di Fincantieri). E sui movimenti di cassa regna il mistero, mentre il bilancio di fine anno della Lega Nord porta solo due firme: Umberto Bossi e Francesco Belsito.

L’unico che ha chiesto spiegazioni sui buchi neri (e africani...) delle finanze leghiste è stato Maroni, anche lui all’oscuro di tutto sui 4,5 milioni in Tanzania, ma per risposta gli è stato detto che vuole fare il capogruppo per gestire i fondi dei deputati leghisti, accusa infamante che ha fatto infuriare «il Bobo» («se so chi l’ha detto gli spacco la faccia, io non ho scheletri nell’armadio e nessuno può smentirmi!» ha tuonato nell’ultimo vertice di via Bellerio).

Insomma, se nel Carroccio da tempo deflagra la lotta di successione, quest’ultima va intesa anche in senso finanziario, la successione dei beni di partito, la «roba».

E dove sta, la roba leghista? Una parte considerevole (come racconta il libro Partiti Spa di Paolo Bracalini, in libreria da domani) è in depositi bancari, più di 30 milioni di euro. Il resto è nella cassaforte finanziaria del partito, la Fin Group Spa, capitale sociale 510mila euro, che ha come amministratore unico una persona che gode di molta stima e fiducia nella Lega tutta, Ugo Zanello, fratello di Massimo, assessore alle Culture della Regione Lombardia (ovviamente Lega). La Fin Group è una sorta di holding delle partecipazioni padane, che ripiana i passivi quando ci sono (tipo quello del giornale La Padania) o svaluta le partecipazioni, com’è accaduto di recente per altre due imprese finanziarie leghiste discutibili (mai però come l’investimento in Tanzania). Parliamo di due srl leghiste finite male, la Padania Viaggi e la Check Up, entrambe messe in liquidazione nell’ultimo anno. La prima doveva essere il tour operator dei viaggiatori leghisti, ma è andata male, come anche la seconda che invece era nata come la società di sondaggi della Lega nord.

Mentre va meglio la Bici padana Srl, la controllata della Lega Nord che vende bici leghiste, tutte verdi, come il prato di Pontida (la bici è, peraltro, una grande passione del figlio del capo, Renzo Bossi, che all’ultima Pontida ci è arrivato proprio sulle due ruote). Si ricordano poi altre imprese finanziarie avventurose della Lega, negli anni scorsi. Da un casinò a Pola ad un villaggio vacanze in Istria. Tutte finite male, per non parlare di CredieuroNord, la banca leghista: un flop enorme.

La creatività non manca, la fortuna un po’ sì. Ma ora anche i soldi sono diventati un tavolo di battaglia interno. Molti leghisti si chiedono come mai, se i rimborsi spese sono fatti da Milano, se gli attacchinaggi sono pagati da Milano, il conto corrente leghista è a Genova, sotto casa di Belsito. Che, stando a certi rumors, si lamenterebbe di alcuni richieste sui conti della Lega. Ma siamo nei rumors appunto. Mentre sembra certo il buco del quotidiano La Padania (più di 1 milione di euro), il cui Cda è in mano al cosiddetto «cerchio magico». Anche lì spese «strane», a detta dei «padani ribelli», come una parcella totale di 1,6 milioni di euro per un avvocato. Un legale di Milano, non di Zanzibar.