Biden, lo "zio saggio" che porta voti

Quest'anno il mondo politico Usa ha lasciato cadere l'ultimo velo: non si parla più della regola secondo cui il candidato alla vicepresidenza è nominato dalle Convenzioni nazionali dei partiti, su «proposta» del presidente appena nominato. Non è mai successo in tempi moderni, non succederà nei prossimi giorni a Denver, sede della Convenzione democratica, né ai primi di settembre a Saint-Paul, che ospiterà quella repubblicana. In realtà sia McCain sia Obama hanno deciso da soli.
Quello che più conta nella decisione non è il «chi» ma il «perché». Di solito si nomina un «vice» che aggiunga forza al candidato presidenziale, secondo vari criteri. I più comuni sono due: ideologico e geografico. Un aspirante alla Casa Bianca molto profilato a destra o a sinistra si sceglie in genere un numero due moderato e viceversa. Ancor più tradizionalmente un uomo del Nord si prende uno del Sud e viceversa. Un tempo era indispensabile. Fra i pochi v.p. a decidere nell'esito ci fu Lyndon Johnson, che portò in dote a John Kennedy il Texas senza il quale i democratici non ce l'avrebbero fatta. Più tardi spuntarono altre opportunità, o esigenze: nel 1984 Walter Mondale, candidato democratico contro Ronald Reagan, si mise accanto Geraldine Ferraro, prima donna e prima «italiana»; Quest'anno si ripropose con forza l'idea di una candidatura femminile, ma sappiamo che Hillary Clinton mancò l'obiettivo per un soffio, battuta da un'altra primizia, il candidato di colore Barack Obama. Si era parlato nei mesi scorsi di «contrarlo» con Condoleezza Rice, donna e nera al tempo stesso; ma di novità ce n'erano già state abbastanza. E poi i contendenti del 2008 hanno problemi in parte inediti. Barack Obama è troppo giovane, John McCain troppo vecchio. Dunque Obama ha bisogno di uno «zio» saggio che gli protegga le spalle e Joe Biden potrebbe essere proprio l’uomo adatto: tanto concreto quanto l’altro è visionario, 36 anni di esperienza al Senato invece di quattro, forti radici cattoliche e «proletarie», a diluire l’immagine troppo sofisticata ed «elitaria» del «numero uno».