Bielorussia, linea dura dell’Ue: «Le elezioni non sono valide»

Roberto Fabbri

La «rivoluzione dei jeans» annaspa a Minsk sotto i colpi del gelo e della polizia speciale del regime, ma dall’Unione europea arriva un aiuto importante: Bruxelles si rifiuta di riconoscere la validità del voto con cui Aleksandr Lukashenko è stato rieletto plebiscitariamente, per la terza volta, presidente della Bielorussia e conferma che sono allo studio «misure restrittive contro i responsabili delle violazioni degli standard elettorali internazionali».
Sulla Piazza dell’Ottobre sferzata da un vento gelido e dalla neve si è consumata una rottura tra i due capi della protesta democratica. Aleksandr Kozulin, l’altro candidato che era sceso in lizza contro Lukashenko, ha accusato il leader di punta del movimento di slealtà: non avrebbe rispettato la decisione presa di comune accordo di chiedere insieme ai loro seguaci di togliere (letteralmente) le tende dalla piazza Oktiabrskaja. Dopo aver constatato insieme che il maltempo era troppo feroce, che il rischio della violenza da parte della polizia era altissimo e che i manifestanti erano ormai sfiniti, Aleksandr (si chiamano tutti così, in questo Paese!) Milinkevic avrebbe cambiato idea, chiedendo ai suoi di mantenere sul posto un «picchettaggio permanente» almeno fino a sabato, quando è prevista una nuova manifestazione di massa contro Lukashenko.
Sulla piazza sono dunque rimaste poche persone, tenute sott’occhio dai reparti antisommossa, che continuano nella tattica efficace e poco appariscente di arrestare i manifestanti nel momento in cui si allontanano dalla Oktiabrskaja e imboccano strade laterali poco illuminate. Ieri un comandante della polizia speciale ha fatto salire su un tetto alcuni giornalisti assicurando che «il raduno non sarà soppresso» e definendo «patetica» la scena: «Sono in tutto centoventi, venticinque ragazze e novantacinque ragazzi - ha detto ostentando perfetto controllo della situazione - e hanno quasi tutti tra i quindici e i ventisette anni d’età». Con loro resiste Milinkevic, candida figura di politico idealista e coraggioso, aggrappato alla speranza che il mondo libero («Il mondo intero è con noi!», grida uno striscione nella piazza) si decida ad aiutare lui e i suoi ragazzi, mentre la tv di Lukashenko li chiama provocatori e sbandati e li accusa di essere dei violenti ubriaconi.
Già, il mondo libero. Corre voce a Minsk che da Mosca Vladimir Putin abbia telefonato a Lukashenko per dirgli che atti di violenza sui manifestanti sarebbero inaccettabili: Putin è qualcosa di più del principale sostenitore del regime di Minsk e la Russia ha in questo momento la presidenza del G8.
Ma se Putin spegne un possibile incendio, l’Ue tiene viva la fiamma. Un comunicato della presidenza austriaca definisce le elezioni presidenziali in Bielorussia «fondamentalmente truccate e non valide» alla luce delle critiche espresse dagli osservatori dell’Osce e «dell’uso arbitrario del potere di Stato, dell’assenza di un equo contesto di confronto, dell’intimidazione e della soppressione delle voci indipendenti».
Di fronte a questo scenario, continua il comunicato, «l’Unione europea studierà misure restrittive contro i responsabili delle violazioni degli standard elettorali internazionali». Si parla già da alcuni giorni del blocco dei visti per alcuni rappresentanti del regime bielorusso.
La strisciante guerra diplomatica tra la Bielorussia e l’Ue è continuata ieri con la convocazione al ministero degli Esteri di Minsk dei cinque ambasciatori europei che si erano recati martedì in piazza dell’Ottobre a far visita ai contestatori di Lukashenko. Oltre all’ambasciatore italiano Guglielmo Ardizzone hanno dovuto ascoltare le lamentele del governo bielorusso i diplomatici di Francia, Gran Bretagna, Germania e Lettonia (che aveva rappresentato la presidenza dell’Austria, priva di un’ambasciata a Minsk).
In prima fila tra i critici Ue del regime di Lukashenko ci sono i nuovi Paesi membri orientali: Polonia, Repubblica Ceca, Lituania e Lettonia soprattutto. Martedì sera le autorità bielorusse hanno rilasciato ed espulso il deputato di destra polacco Jaroslaw Jagiello, arrestato per aver partecipato al raduno dell’opposizione a Minsk, provocando una dura reazione a Varsavia. E da Praga il presidente Vaclav Klaus e il ministro degli esteri Cyril Svoboda hanno inviato alla Bielorussia note di protesta per la brutale aggressione subita dal giornalista ceco Jan Rybar del quotidiano Mlada Fronta Dnes nel centro di Minsk.