Biennale d’architettura

C ome si fa una mostra d’architettura? Potrebbe essere questa la domanda mancante da aggiungere agli altri interrogativi che Luca Molinari, bravo curatore del Padiglione Italia della XII Biennale d’Architettura di Venezia, pone all’attenzione dei progettisti e degli addetti ai lavori, prima ancora che al pubblico, relazionandosi anche criticamente con la complessa poetica del direttore dell’esposizione principale. Ovvero se sia meglio privilegiare la componente spettacolare e stupefacente (come nell’installazione di Olafur Eliasson) la tendenza al giocattolone (costruire una nuvola o una bolla d'aria che fanno dire ooh ma non servono a niente) insistere pervicacemente sulla multidisciplinarietà e l’abbattimento dei confini - paradossale, un critico d’arte invitato alla Biennale con uno spazio dedicato alle interviste di personaggi famosi (allora perché non Gigi Marzullo)...
Proprio dall’Italia viene una risposta seria, nonostante il nostro sia il Paese occidentale in cui più è difficile costruire il nuovo, oppresso da quella che Molinari chiama «la forbice tra edilizia diffusa e buona architettura» drammaticamente aumentata negli ultimi due decenni, e nonostante la problematica coesistenza con la tradizione e la classicità che costituiscono parametri spesso invalicabili per la progettazione del futuro e del presente.
Il curatore salta di netto la fascinazione per le archistar, segno di immaturità culturale delle istituzioni che invece di ripensare in modo profondo il tessuto paesaggistico-urbanistico pongono in primo piano gli interventi spettacolari, ma tutto sommato gratuiti, dei grandi nomi. Per Molinari «il catalogo è questo» ovvero non l’esaltazione dell’eclatante e del fuori scala, ma la registrazione di quel presente in cui l’italiano vive usando gli spazi d’architettura, attraversandoli, talora scontrandocisi ma non ammirandoli a distanza, come fossero opere d’arte. Questa attenta ricognizione il curatore la fa nello spazio delle Tese delle Vergini, raddoppiato dalla scorsa Biennale d’Arte, con uno spirito non così difforme da quello adottato da Buscaroli e da me per il nostro Padiglione Italia 2009, uno sguardo ampio, plurale, differenziato, su emergenze e conferme, in cui la provincia gioca un ruolo fondamentale oltre la grande città.
Ailati, questo il titolo della mostra che gioca sull'effetto specchiato della parola Italia, non significa elogio della marginalità, anzi; piuttosto la necesssità di uno sguardo obliquo, oltre quei «grandi eventi che non riescono a fare sistema» né «a diventare reali occasioni per trasformazioni strutturali e strategiche del territorio metropolitano italiano». Molinari, con il taglio serio dello storico ma non serioso dell’accademico, seziona gli ultimi vent’anni, partendo dal 1990, ovvero dalla promessa non mantenuta di cambiamento legato ai Mondiali di Calcio, al presente siglato dall’urgenza di ricostruire più che di costruire (si veda il terremoto de L’Aquila). Divide così la mostra in tre tranche: colloca la prima dentro la struttura circolare di Franco Purini (un vincolo amministrativo ne impedisce l’abbattimento dunque ogni curatore è costretto a tenersela), chiamandola Appunti per una storia italiana e catalogando figure e studi rilevanti dell’architettura recente, successiva alla stagione del post-moderno e incentrata piuttosto su fragilità metodologiche, sensazione di isolamento e desiderio di antagonismo, collettivistico e politico.
Il cuore della mostra, nonché l’aspetto più sorprendente, è Laboratorio Italia, ovvero la messa in scena di progetti realmente realizzati rispondendo a esigenze della comunità, tenendo conto dell’ambiente e del patrimonio storico. Non le mirabolanti imprese delle archistar, ma l’ampliamento di una scuola a Bari (ma0), la costruzione di una biblioteca in provincia di Bergamo (Archea Associati), di un centro sanitario a Lesmo (Guidarini & Salvadeo), la risistemazione di un parco pubblico a San Donà (Cino Zucchi), fino all’impegno etico e solidale per Paesi del Terzo Mondo, in Burkina Faso, Sudan, o riutilizzando i beni sequestrati alle mafie (Castelvetrano, Caserta). Altri architetti si misurano con un’edilizia popolare non aberrante, che non sia figlia delle mostruosità delle nostre periferie, e sono infine da sottolineare gli interventi di restauro, in una prospettiva di modernizzazione che non violenti il passato (Rota all’Arengario di Milano, Piano alla Fondazione Vedova di Venezia).
È questa l’Italia che pensa, lavora, produce, invece di piangersi addosso incolpando la miopia e l’inazione dei governi. Un’Italia da cui ripartire, che Molinari difende con strenuo coraggio e che non ha paura del futuro. Che ci sarà, e magari sarà diverso dal presente, meno cupo e negativo. La terza parte della mostra è infatti dedicata all’Italia nel 2050, sfida da porre adesso contro l’architettura del vuoto, da «couturier di lusso». Ecco dunque farsi largo la progettualità slegata dal fare immediato, eppure pensata tenendo conto di una nazione possibile, aperta ma identitaria, fluida ma concreta. Molinari chiede ad autori e protagonisti della cultura italiana di oggi un’oggettivizzazione del loro pensiero in chiave piuttosto lontana, quando noi non ci saremo. Sezione certamente intrigante, anche se qui il progetto allestitivo scivola in un eccesso di artisticità, rendendo difficile al pubblico l’accesso e la visione di quegli oggetti che magari ritroveranno i nostri discendenti. Ma è l’unica pecca di un Padiglione Italia importante e coraggioso, che spiega ai visitatori della Biennale che il nostro Paese non è tutto da buttare.