Il big bang del Pd Mille anime ma nessuna linea Tra scissioni e fughe, D’Alema pensa a un nuovo Pds E i sindaci preparano una galassia di partitini locali

Il Pd è nato dalla fusione di due partiti, ma quanti ne nasceranno se esploderà, come pare molto probabile? Il dopo Veltroni sarà un susseguirsi di scissioni roboanti e di abbandoni silenziosi. Nasceranno partiti nuovi e rivedranno la luce partiti vecchi. Nei mesi scorsi abbiamo contato nel Pd almeno dodici correnti. Non tutte sceglieranno il proprio destino in solitudine. Molte si ritroveranno in nuove o vecchie avventure. Una migrazione silenziosa di militanti, elettori e dirigenti sceglierà per la prima volta Berlusconi (converrà parlarne). Ma chi resterà a sinistra che farà?
Questa cosa chiamata Pd probabilmente esisterà per qualche tempo ancora. Il marchio sarà rilevato da Massimo D’Alema che lo trasformerà in una riedizione del Pds. Non sarà una socialdemocrazia perché difficilmente D’Alema si rimangerà tutto il male che ha detto del socialismo italiano, ma sarà un partito della sinistra collegato al Pse. Il suo segretario sarà Pierluigi Bersani anche se molti pensano che alla fine D’Alema metterà in corsa Anna Finocchiaro per catturare il voto femminile. Con D’Alema resterà una pattuglia di ex popolari. Non andrà via Franco Marini né lascerà il ponte di comando Franceschini. Il Pds dalemiano sarà l’espressione autentica della vera fusione fra ex Margherita e ex Ds. Un partito più vicino alla Cgil, forte nelle zone rosse e nel Mezzogiorno, con una percentuale elettorale intorno al 20 per cento.
Una parte dei cattolici andrà via. Guidati da Francesco Rutelli, i teodem di Binetti e Enzo Carra, i quadri periferici dell’ex Margherita, parteciperanno all’avventura centrista con Casini. La separazione dal Pd dalemiano potrà essere consensuale in vista della creazione di qualcosa che assomigli al vecchio Ulivo, con Casini che sogna la leadership e Rutelli che aspira a liberarsi di Franceschini e di D’Alema per prepararsi a incarichi istituzionali. Si avvicineranno Fioroni e gli ex cislini.
C’è la combattiva area prodiana che a sua volta si dividerà in diversi tronconi. Una parte, fra questi l’ex deputato Franco Monaco, Mario Barbi e l’onorevole La Forgia, sarà tentata di costruire un polo elettorale con Antonio Di Pietro godendo dell’appoggio anche di ex veltroniani come Furio Colombo e Beppe Giulietti. La capacità di attrazione di Di Pietro sarà maggiore fra la base e gli elettori, ma sono prevedibili defezioni anche dal vertice. Un’altra parte resterà probabilmente nel Pd, fra questi Rosy Bindi che ha notoriamente buoni rapporti con D’Alema.
Il destino di Arturo Parisi è di incerta decifrazione. Il professore sardo-bolognese può essere tentato di aderire al Pd dalemiano, ma molto dipenderà da quello che accadrà fra i radical di sinistra. Verdi, socialisti di Nencini e vendoliani si contrapporranno al centrismo di Casini e Rutelli e giudicheranno troppo moderato, e troppo cattolico, il partito di D’Alema. Si può ipotizzare che loro, una parte degli ex prodiani e molti ex veltroniani andranno a rafforzare una neoformazione politica ulivista-radical.
Le micro scissioni del Pd possono favorire anche la nascita di un nuovo raggruppamento attorno ai radicali. Sia il partito dalemiano sia soprattutto gli altri partiti non garantiscono spazi alle correnti neo laiciste che in questi mesi sono cresciute nel Pd. Un nome fra tutti è quello del professor Ignazio Marino che si prepara a indire la raccolta di firme per abolire la legge, non ancora approvata dal parlamento, sul testamento biologico. Una tentazione simile avranno quelle anime del dalemismo, si pensi a Cuperlo e alla Pollastrini, che si sentissero in difficoltà nella nuova nomenklatura dalemiana e potrebbero preferire, come compagno di strada, un partito radicale guidato da Emma Bonino.
La corrente di sinistra del Pd, formata da quello strano accrocco di veltroniani e dalemiani con Livia Turco e Vincenzo Vita, si spaccherebbe in due tronconi, una parte andrebbe con D’Alema, la parte veltroniana cercherebbe Vendola.
La fine del Pd potrebbe non dar vita, in alcune circostanze, a immediate aggregazioni partitiche ma favorirebbe un associazionismo senza legami che guarda al Pd e ai centristi. È questo il caso di Enrico Letta che potrebbe aspirare a essere il candidato premier con Bersani segretario soffiando il posto a Casini. In questa terra di mezzo si collocheranno molti sindaci e amministratori che fonderanno partiti locali. Lo faranno Cacciari a Venezia, Domenici a Firenze, Chiamparino a Torino, Emiliano a Bari, Bassolino in Campania. La rete di associazioni e i partiti locali costruiranno la spina dorsale del nuovo Ulivo e quindi la non adesione al partito dalemiano sarebbe vista dall’ex premier non come un rifiuto ma come l’opportunità di allargare il campo degli alleati. Si avrebbe così un sistema solare in cui il ruolo principale lo avrebbe il Pd di D’Alema con quattro partiti nazionali accanto (Di Pietro, il centro, la sinistra radical moderata, i radicali) e una costellazione di associazioni e di partitini locali a forte insediamento. Si tornerebbe al centrosinistra di vecchio conio. Più o meno.