Il "big bang" della sinistra fa risorgere l’Unione di Prodi

Bertinotti prevede la fine del Pd e la rinascita della coalizione. Già partite le grandi manovre. <a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani" target="_blank"><strong>D'Alema contro Veltroni, preavviso di sfratto: dì la tua</strong></a>

Roma Era Ulivo e aveva una foglia di fico. Si disse Unione e ognuno faceva per conto suo. Alla fine volle inventarsi Pd, e volarono pure i coltelli. Cambia il nome, cambia la faccia, ma la maledizione della sinistra italiana - vista con occhi europei - resta sempre quell’innaturale «vizietto» dell’alleanza tra progressisti e conservatori.
Ora, tutto si può dire di Fausto Bertinotti, meno che non sappia leggere per tempo i dati della politica. Definì Prodi «poeta morente», e nel giro di poche settimane quello era bell’e sepolto (e non per colpa del Prc, in quel frangente). Non fece in tempo a dire che il Pd avrebbe ucciso la sinistra, che di sinistra oggi si parla solo nei cartelli stradali. Ieri Bertinotti ha dato nome al fenomeno sotto gli occhi di tutti: la sinistra può ripartire soltanto da un «big bang», ha detto, e il Pd è un «fallimento». Comunque vada, per quanto tempo possa durare questa sua agonia. Forse non c’era bisogno dell’analisi dell’ex presidente della Camera: una serie di segnali fa ritenere ormai imminente il count-down per il partito nato decotto e finito in cocci. La leadership veltroniana non ha funzionato (lo ammettono tutti), le primarie erano tanto fasulle da non avergli dato alcuna autorevolezza, l’amalgama tra post-pci e post-dc tanto maldestro da far rimpiangere persino l’Ulivo prodiano.
Resta da stabilire come avverrà questo «big bang» e dove finiranno le schegge impazzite. Il «quando» è legato all’imprevedibilità, ma sia D’Alema che Parisi lo collocano per dopo le Europee: «Veltroni non si faccia illusioni, se un progetto sopravviverà alla botta delle Europee, l’ennesima botta, non sarà certo il progetto divisivo di Veltroni...», ha detto ieri Parisi. Le sollecitazioni telluriche sono pronte a prendere corpo: in primis la tentazione del Grande centro con a capo Enrico Letta, cui Casini ha promesso solenne investitura. «Vieni con noi e fai tu il leader di una costituente di centro», la proposta riservata. E il giovane e ambizioso Letta attende soltanto che sia il tempo delle mele mature. Ieri lo stesso Casini con Rutelli ha materializzato uno dei comuni intenti, proponendosi come difensore del ceto medio professionale sul Sole 24 Ore di Confindustria. Intervento firmato anche da Mantini (quello vittima del «mi hai rotto i c.» di Fassino) e dall’udc Vietti. Esulta Enzo Carra, già portavoce di Forlani, e l’ultimo segretario del Ppi, Pierluigi Castagnetti non disdegna: «Indietro non si torna, però quelle di Dellai e Casini non sono provocazioni, ma valutazioni e proposte». Dellai è il presidente provinciale trentino sicuro che sia «tutto da rifare», partendo da un «forte Centro».
Tutto qui sul versante destro, il terremoto? No, perché lo schema ancora una volta pecca di nostalgie ingiustificate per una versione post-moderna della Dc. In realtà è grande il movimento anche sul versante sinistro, dove si attende che D’Alema traghetti l’intero Pd. Se solo gli riuscisse di tornare nella stanza dei bottoni, il gruppo degli scissionisti di Rifondazione troverebbe la sua naturale sponda: se persino Pietro Folena è tornato dalemiano (lavora per Red-tv), per i suoi ex compagni figicì Nichi Vendola e Franco Giordano figuriamoci che gioco da ragazzi. Perché non prevalga la nostalgia pidiessina, ecco la formula bertinottiana del «big bang» per una completa rifondazione della sinistra: «Non è più il tempo del rinnovamento nella continuità, è il tempo della discontinuità: è finita una storia e solo dove la sinistra si è messa sul terreno della rinascita, come in America latina a partire dal perno del Brasile di Lula, la sinistra ce la sta facendo».
Rispolverare il «modello-Lula», per Bertinotti, significa indicare il punto d’incontro più prossimo all’esperienza socialdemocratica (specie alla luce di come si è mosso il suo Brasile). E dunque aperto ai reduci Verdi, socialisti e radicali, come sognerebbe D’Alema (tentò di farlo al congresso di Firenze, quando cambiò il nome da Pds a Ds). Frange marginali a questa riesplosione resterebbero i comunisti gruppettari anni Settanta (Ferrero) e il «giustizialismo dipietrista, che è cultura di destra» (Bertinotti dixit). Se lo schema verso il quale si naviga è questo, resta da capire che spazio ci sia per il centro di Letta-Casini-Rutelli in un sistema che gli italiani ormai prediligono bipolare. Un centro alleato a un nuovo Pd(s) riproporrebbe l’esperienza perdente dell’Ulivo. Se la comune matrice moderata e cattolica lo ponesse nell’orbita del Pdl, invece, saremmo davvero al «big bang» della politica italiana, oltreché della sinistra. Capace, a quel punto, di rappresentare un’alternativa per metà elettorato. Avesse il coraggio d’essere sinistra moderna ed europea, potrebbe provare per una volta a vincere: da sola, senza quel «vizietto» del centro cattolico moderato.