Il big bang a sinistra riduce in briciole il Pd

Dopo le correnti in lotta e lo spettro della questione morale ora esplode anche la faida generazionale. E ai democratici rimane solo un ruolo secondario

di «A mio credere è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!» «Mi dispiace - disse la Civetta - di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero». E il Pd? È vivo o morto un partito diviso in tribù e correnti, lacerato da conflitti intergenerazionali, senza un programma di governo, senza una seria politica delle alleanze, e senza un leader per Palazzo Chigi?

Due notizie apparse ieri danno la misura della crisi. La prima, riportata in prima pagina da tutti i giornali, riguarda Massimo D’Alema: l’ex presidente del Consiglio risulta indagato per finanziamento illecito per via di quattro voli non pagati (secondo la difesa, tutto è già stato chiarito nel corso di un interrogatorio svoltosi due settimane fa). La seconda notizia è apparsa soltanto sul Foglio: un nutrito gruppo di trentenni del Pd, sconosciuti ai giornali e ai salotti televisivi, ha preparato un manifesto fortemente critico verso il «conservatorismo» del partito sulle pensioni, sul mercato del lavoro e sulla politica economica (e fa riflettere che quest’appello non trovi ospitalità su Repubblica o sull’Unità, ma sul quotidiano di Ferrara). I T-Party democratici (dove «T» sta per trentenni) se la prendono anche con i «finti innovatori», con i giovani-vecchi «imbrigliati nella nostalgia di vecchi partiti che nemmeno hanno conosciuto», e con chi «usa il giovanilismo come una clava»: l’allusione è ai quarantenni raccolti intorno a Bersani, e al corservatorismo che li opprime, ma anche ai «rottamatori», scissi nella corrente di Pippo Civati e in quella di Matteo Renzi. Oltre allo scontro fra le diverse generazioni, nel Pd è esploso anche, violento, lo scontro in una stessa generazione.

Il fatto è che mentre i giovani firmano manifesti e organizzano convegni, i meno giovani continuano a menare le danze e qualche volta (politicamente) anche le mani, prigionieri di una coazione a ripetere che somiglia sempre più al teatrino dei pupi. D’Alema e Veltroni hanno ricominciato a darsele, la Bindi spara a chiunque passi a tre metri da lei, Fioroni ogni giorno annuncia la scissione, e Franceschini s’incupisce sempre più. Il big bang è vicino: non quello simbolico che Renzi manderà in scena il prossimo weekend a Firenze, ma quello ben più realistico che discende dalla marginalità politica.

È infatti qui - nella crescente marginalità - l’origine autentica della crisi del Pd: che, dopo aver frettolosamente archiviato la «vocazione maggioritaria» e il riformismo, dapprima ha rincorso Vendola e Di Pietro, e poi ne è rimasto prigioniero, così contando sempre di meno e accrescendo ancor di più la propria subalternità. Il risultato è che a Milano c’è un sindaco di Sel, a Napoli uno dell’Idv, in Molise il Pd è crollato al 9,8% e un’alleanza futura con l’Udc appare impraticabile. Nel momento di massima crisi del berlusconismo, e con i sondaggi a favore delle opposizioni, il Pd è diventato il più vistoso paradosso politico italiano.

In questo quadro non vanno sottovalutate le inchieste giudiziarie, da Tedesco a Penati fino a D’Alema: sebbene siano casi molto diversi, l’immagine del partito ne esce nel complesso disturbata e avvilita. Anche in questo caso, il Pd è vittima delle proprie scelte. La deriva giustizialista di questi anni, e l’idea secondo cui ogni avviso di garanzia è una condanna e i pm hanno sempre ragione, avranno pur infervorato l’armata antiberlusconiana, ma oggi si ritorcono drammaticamente contro il Pd e i suoi dirigenti sotto inchiesta. Il mostro della «questione morale», come nelle fiabe più terribili, affonda i suoi artigli nel corpo del partito che l’ha creato.

Il big bang del Pd non è una buona notizia per la politica italiana: caduto quest’ultimo, debole argine, a sinistra non resterebbero che la Fiom, Vendola, Di Pietro e la Bindi: un accrocchio indigeribile (e ben poco affidabile) di populismo, assistenzialismo e giustizialismo. La sinistra riformista e liberale, già oggi umiliata e dispersa, si troverebbe senza rappresentanza politica. L’alternativa a Berlusconi diventerebbe un affare esclusivo del centrodestra, poiché una tale sinistra difficilmente potrebbe vincere e tantomeno governare. La nuova Dc, se non la farà Bagnasco, rischia di farla l’esplosione del Pd.