Biglietti nuovi, ma botteghini chiusi

Riccardo Signori

L’idea migliore l’hanno avuta i tifosi del Rimini. E l’hanno scritta su un cartello: «Voi fate i casini, noi facciamo le code». Vabbè, poi qualcuno dimentica i motorini giù dagli spalti, i fumogeni in campo ad interrompere le partite, accendini e bottigliette di plastica che arrivano a pioggia, gente che picchia a muso coperto. L’elenco sarebbe lungo e dettagliato. Quindi i casini arrivano dalle tribune e dintorni e le società mettono il loro per peggiorare la situazione. In questo inizio di campionato se ne sono viste le prospettive. Il ministero degli Interni ha emanato un decreto antiviolenza che parla di biglietti nominativi, tornelli e steward per gestire e dirigere il traffico degli ingressi, videosorveglianza. E le società si sono fatte trovare come sempre: impreparate a tutto, tranne al cercar di svicolare dagli obblighi. L’idea di dotare gli impianti di calcio di biglietti nominativi risale all’aprile 2003, non due giorni fa, ma è stata resa decreto ministeriale attuativo solo il 6 giugno scorso. Ed ora tutti, o quasi, sono con le mani nei capelli.
Intendiamoci, il decreto serviva, ma gestire gli ingressi di una partita di calcio non è così semplice come dire: vendete i biglietti nominali. Videosorveglianza, facile a dirsi. Ma se uno, con tanto di biglietto nominale, lancia un razzo in campo e non viene ripreso con le mani nel sacco, chi mai potrà accusarlo e fargliene pagare le conseguenze? Nessuno. Il problema dei biglietti porterà a grandi code o a grandi abbandoni. La messa in atto dei tornelli renderà gli ingressi lenti e qualche volta impraticabili. A Roma, sponda Lazio, se ne sono già accorti. Alla prima di campionato c’erano vecchietti che non sapevano come fare, basta che un tornello vada in tilt e per chi sta in fondo alla coda è perso almeno un tempo della partita. Come fare? Le grandi società, che devono introdurre allo stadio 70-80mila persone, ringraziano i loro abbonati. Chi ne ha tanti (Milan, Inter) ha risolto almeno la metà dei problemi. L’abbonato perderà solo qualche attimo in più perché l’addetto dia un’occhiata alla carta d’identità. Palermo potrebbe essere un esempio: ha disponibili il minimo dei biglietti, il resto dello stadio in abbonamento (24mila). È questa la via che piace ai club e probabilmente la soluzione per evitare code e stress agli spettatori.
Per il momento le società ricorrono a soluzioni di ripiego. Roma e Lazio, ma ci stanno pensando anche Milan e Inter, non vendono più biglietti allo stadio. Botteghini chiusi e chi voglia acquistare in extremis è pregato di rivolgersi alle rivendite cittadine (domenica a Roma saranno aperte dalle 9 alle 13,30). In attesa delle nuove biglietterie che, per regola, devono sorgere al di fuori della cinta degli stadi. Ad evitare confluenze pericolose tra chi entra e chi compra. Anche la Juve sta costruendo nuove biglietterie: tempo previsto un mese e mezzo. Ma la società bianconera già da tempo usa tornelli e biglietti nominali. Per la partita con il Siena, il Milan ha chiesto ai tifosi di anticipare l’arrivo allo stadio: le biglietterie saranno aperte tre ore prima dell’inizio. Ma per i grandi match sono allo studio altri accorgimenti. Ogni spettatore dovrà aver con sé la carta d’identità. Conterà molto la comunicazione: il programma ufficiale di ogni partita sarà dotato di una sezione in cui si spiegano e specificano norme di comportamento, divieti e avvertenze. Un aiuto al tifoso in vendita a prezzo libero.
L’Inter, invece, sta provvedendo a comprare un nuovo software, ingaggerà più steward, aumenterà il numero dei punti vendita in città. Insomma siamo alla solita logica: chi ha più danari, più spenderà per mettersi subito in regola e salvaguardare i tifosi. Chi ne ha meno dovrà arrangiarsi in qualche modo. Per esempio, il biglietto venduto allo stadio va stampato con nome e cognome e pochi hanno a disposizione le stampanti anche nei botteghini (Milan compreso). La Roma ovvierà scrivendo a mano nomi e cognomi sui biglietti, ma basterà uno sbaglio d’ortografia per ricominciare daccapo o per mandare il malcapitato, che non si sia accorto dell’errore, in una crisi di nervi e per convincerlo, forse, a non metter più piede in uno stadio.