Bignardi a due facce

Ora, è vero, i due sono difficilmente paragonabili, e non solo perché stanno su barricate opposte. Se uno lo chiamano Littorio e l’altro Barbapapà, un motivo c’è. Sciura Bignardi invece è sempre la stessa, molto salotto radical chic e il popolo che orrore. E allora non poteva che andare così. L’intervista a Vittorio Feltri un mesetto fa era finita con il Diretùr che annotava: «In 43 anni di matrimonio con la mia attuale moglie ho litigato meno che con lei questa sera». Ma in fondo è andata meglio così. Meglio esser bistrattato come un marito cattivo, che vezzeggiato come un nonno un po’ rinco. Perché era certo riverenza, quella di Daria Bignardi nei confronti di Eugenio Scalfari, però questo è stato il risultato.
Già al gong. Presentando il direttore editoriale del Giornale, la Bignardi era entrata in studio come il torero nell’arena, con passo così deciso da perdersi un tacco dodici, roba che per poco s’arrabatta per terra. Quando è arrivato il fondatore di Repubblica invece, Daria lo ha accompagnato quasi per mano, «Ha visto che bella scrivania rossa abbiamo, come la sua cravatta, eh?». Pochi minuti prima di passare dal lei al tu, che nelle interviste non si fa e pure nei salotti stona, ma che vuoi, «siamo colleghi» concede il fondatore, sì, potenza di un Ordine dei giornalisti che la tessera poi la sospende alla faccia della democrazia, ma intanto la assegna con larga democraticità. A metà intervista c’era il pubblico con gli stuzzicadenti a tenere aperto l’occhio ormai pallato dal sonno, altro che il tifo da stadio contro Feltri, un applauso per ogni fendente che Daria riusciva a piazzare. Pochi, in verità, ché vallo a stanare il coriaceo bergamasco: provi a metterlo in difficoltà sul «povero Boffo» e quello stana te che ti sei persa come sono andate esattamente le cose, «c’era stata quella telefonata su non so che...», «eh, se minimizza una cosa che non sa!», per la serie legga i giornali, prima di giocare a fare le interviste. E via così accumulando lividi, ma il dato è che alla fine Feltri le aveva pure concesso l’onore delle armi di un sorriso benevolo, perché l’importante è provarci e non arrendersi, e lei era rimasta in piedi sul ring fino all’ultimo pugno.
In un’altra intervista Daria aveva rischiato l’occhio nero. A Ferruccio De Bortoli aveva chiesto conto di «quella conversazione con il premier, la prima dopo il caso D’Addario mi pare?». Già. A quella conversazione il direttore del Corsera era stato «costretto» dopo che Repubblica aveva dato il cosiddetto buco al resto della stampa, non un bell’episodio da rivangare. Ma lui invece di alzarsi e urlare: «Embè? Ma che è, lo fai apposta?», era passato elegantemente oltre.
L’intervista a Scalfari resta comunque irripetibile. Non è tanto che il «fondatore, giornalista, scrittore, filosofo», come da presentazione low profile, riesce a dire che «Feltri andrebbe sospeso dall’Ordine dei giornalisti vita natural durante» e che sbaglia chi grida al bavaglio, perché se uno vuol scrivere ciò che pensa lo può sempre fare e poi «ciclostilare e mandare agli amici», il tutto con Daria che si limita ad avanzare solo qualche timida obiezione, aridatece la Bignardi torero. È più quando si fa correggere, «forse volevi chiedermi...». Quando lui non ricorda l’anno delle ultime Politiche e lei invece proprio non lo sa. Quando domanda: «Ma il governo cade? Te lo chiedo in qualità di saggio». Quando non lo incalza mentre lui si avvita in uno strano parallelismo fra la Padania leghista e «la linea Gotica che passava a nord di Bologna e non ricordo se stava di qua o di là ma insomma lì c’era la Repubblica fascista di Salò». Boh, sarà l’età dai, mica vorrai accanirti con il «padre del giornalismo».
E così più di tutto è il finale. Lei che gli fa una domanda sul suo ultimo libro, lui che avverte che è un discorso lungo, e lei che dice: «Cerca di sintetizzare, so che lo sai fare». Come col nonno, dai fai aaam, vedi che sei ancora capace di mangiare col cucchiaio? Così riverente da diventare irriverente, come quando, pur di incensarlo per il Meridiano Mondadori, se ne esce così: «A quanti autori viventi ne è stato dedicato uno?» e lui subito pronto: «Arbasino», chissà se facendo le corna. Titoli di coda.