Bilanci, le mani bucate delle regioni

Nei bilanci delle autonomie locali buchi da record. In Sicilia un disavanzo pari al pil della Tunisia. Il debito in Campania è due volte peggio di quello del Ghana. <strong><a href="/a.pic1?ID=279386">Università: metà degli atenei spende tutti i fondi in paghe</a></strong>

Un ponte Italia-Africa. Ma niente aiuti umanitari, anche perché almeno undici regioni italiane su venti di questi tempi non potrebbero permetterselo. I numeri del crac delle autonomie locali impressionano, e suscitano alcuni parallelismi imbarazzanti. A cominciare dal dissesto Campania: meno 11,4 miliardi di euro in passivo, stando all’indagine del Centro Studi Sintesi su dati del ministero delle Finanze. Sarebbe a dire una somma ben al di sopra del prodotto interno lordo del Kenya. Però c’è dell’altro: l’amministrazione governata da Antonio Bassolino ha raggiunto nel 2005 un disavanzo nei conti pubblici, sempre i famigerati 11,4 miliardi, che equivale a oltre due volte e mezzo il debito estero kenyota («appena» 4,7 miliardi di euro per un Paese in via di sviluppo al cospetto della voragine campana).

La stagione del federalismo fiscale è alle porte. Prima che magari intervengano i vari Bono Vox e Jovanotti per una cancellazione del «buco», all’ombra del Vesuvio si dovrà correre ai ripari. Lo registrano i libri contabili. Infatti, a fronte di una spesa diretta dello Stato e della regione di 22,7 miliardi di euro, soltanto la metà dell’esborso - 11,3 miliardi - è recuperato attraverso i principali tributi statali e locali (che comprendono Iva, Irpef, Ires, Irap e addizionale Irpef). Alla fine dei conti ogni napoletano già dalla culla ha 1.972 euro di debito sul groppone. Eppure la Campania risulta la seconda regione in Italia per spesa statale distribuita nel territorio. Al netto delle spese per debito pubblico e dei trasferimenti ad altre amministrazioni, ogni anno arriva a Napoli un fiume di denaro pari a 9,6 miliardi di euro. Un tesoretto così suddiviso per settore: 4,4 per finanziare l’istruzione e 2,8 complessivi per le attività di difesa, sicurezza e ordine pubblico.

Per tutti noi una «tassa» di 1.675 euro tondi. Del resto autentiche sabbie mobili in Campania sono gli «investimenti» nella sanità. Costati quasi 8 miliardi nell’anno di riferimento, un vero grattacapo per Bassolino e compagni di giunta. Nel 2007, per i cittadini un salasso da 120 euro a testa. L’ultima volta che il governo Prodi ha aperto i rubinetti, nel dicembre scorso, sono stati assegnati 2,6 miliardi per ripianare il deficit delle Asl. «Un’impresa ardua, lo sappiamo - ha ammesso il presidente -. Finora abbiamo ridotto le perdite del 6,5 per cento in due anni. Se continueremo a essere virtuosi la Campania avrà ancora 1,9 miliardi di euro da coprire. Ne riparleremo nel 2010». Auguri. Del resto altre cinque regioni sono sottoposte a piani di rientro in ambito sanitario: Lazio, Sicilia, Liguria, Abruzzo e Molise. Tra queste figura la capolista nella graduatoria delle autonomie «al verde».

La Sicilia ereditata da Raffaele Lombardo è sprofondata: 17.621.000.000 di euro di disavanzo tra gettito fiscale locale e spese per i servizi di pubblica utilità. Di nuovo uno sguardo alle tabelle economiche del Continente nero, ed ecco che il Pil dei dirimpettai tunisini è di 17,7 miliardi di euro. Insomma, la Sicilia spreca quanto la Tunisia produce in un anno. E così via nella top five delle regioni al collasso. Al terzo posto la Calabria, che con un deficit da 6,2 miliardi per poco non pareggia l’intera economia della Tanzania. Poi c’è la Puglia di Vendola, Nichi il rosso, anche per i suoi conti pubblici: meno 5,9 miliardi. Più della ricchezza del Ghana.

Infine la Sardegna a Statuto speciale, sotto di 3,2 miliardi, quasi quanto si sforza di produrre l’operoso Zambia. Altro che autosufficienza. Qui servirebbe un prestito del Fondo monetario. E l’orizzonte non annuncia schiarite, anzi. Per la Corte dei conti «le persistenti criticità sono destinate dal 2009 ad emergere con maggiore impatto sugli anni futuri».