Bilancia, il killer dei 13 ergastoli potrebbe uscire tra due anni

Uccise 17 volte, è in lista d’attesa per ottenere permessi premio

Diego Pistacchi

da Genova

Diciassette omicidi. Tredici ergastoli. Due anni, ed è fuori. Donato Bilancia, il serial killer della Liguria, ha già istruito le pratiche per avere il suo permesso premio nel maggio 2008. Perché «i suoi tredici ergastoli corrispondono a un ergastolo, e un ergastolo a trent’anni. Dopo aver scontato un terzo della pena, cioè dieci anni di carcere, qualsiasi detenuto può chiedere di fare le prime visite a casa e la legge non è diversa per i serial killer». Lo scrive Ilaria Cavo, giornalista di Porta a Porta, nel suo libro Diciassette omicidi per caso, costruito sul carteggio di quaranta lettere e sui sei incontri in carcere che lei, unica giornalista, ha avuto con il serial killer più spietato della storia italiana. Lo scrive, ma non lo fa per dare una chiusura forte a un saggio che deve «reggere» nella collana «Strade blu» di Mondadori. Lo scrive perché Bilancia «ha già ottenuto un colloquio con il magistrato di sorveglianza di Padova, e ha avuto la conferma che cercava». E perché «come tanti detenuti, con gli stessi criteri, dopo vent’anni di reclusione, potrà chiedere il regime di semilibertà».
Le ultime pagine del libro dicono che ci sarà un killer in libertà, se il magistrato non troverà il modo di opporsi. La Cavo non enfatizza, registra. Lascia tutto il resto alle considerazioni di chi ha letto fino in fondo Diciassette omicidi per caso, conta che il lettore ricordi bene quello che poche pagine prima, a microfoni spenti, Bilancia le ha confessato il 21 febbraio 2003, durante il terzo incontro in carcere. «Se devo essere sincero non mi sento ancora in forma del tutto. Sì, insomma, penso che se dovessi uscire, rifarei quello che ho fatto. Non so come, non so perché, ma penso che lo rifarei». Lucido, tanto lucido al punto di non ridire le stesse cose, anzi di sostenere il contrario, nel corso di un’intervista registrata. E lucido abbastanza per sapere che la giustizia italiana dovrà arrendersi anche di fronte a lui: «Studio inglese perché se continuo a comportarmi bene tra un po’ d’anni sarò fuori».
È un serial killer che pesa ogni parola, ogni sguardo e ogni mossa. I segreti dell’inchiesta, i particolari mai svelati dal 1997 a oggi passano persino in secondo piano nel libro che porta il lettore faccia a faccia con l’assassino. Bilancia è quello che di fronte a Romolo Rossi, il perito che lo analizza per determinare l’eventuale infermità mentale, risponde che ammazzare qualcuno «no, non è difficile, basta avere una pistola ben oliata ed è facile». Quello che sfida il pm che lo ha accusato, rilanciando l’esistenza di un complice in libertà, protestando perché il magistrato non ha mai voluto credergli.
Dovrà aspettare il 2008, Bilancia, per il suo permesso premio. Ma è già nella mente dei genovesi. Perché in Liguria un altro serial killer c’era già stato. Maurizio Minghella aveva persino qualcosa in comune con Bilancia. La passione per il ballo e lo strano rapporto con le donne. Negli anni Settanta ne aveva uccise quattro ed era stato condannato all’ergastolo. La semilibertà l’aveva ottenuta e i giudici erano convinti che si fosse rifatto una vita a Torino. Era vero, solo che la sua vita era anche uccidere. E infatti è stato arrestato per l’omicidio di altre tre donne, ma la polizia sospetta che siano anche di più. Cosa meritano certi criminali? È lo stesso Bilancia che risponde all’interrogativo degli italiani. A proposito di quello che ha fatto, ammette di aver pensato al suicidio: «Quella gente che ha subito danni da me, e forse non soltanto da me, deve essere risarcita», la buttà lì alla sua intervistatrice. O ancora: «Alla fine qualunque cosa decidano (i giudici) un colpo in canna comunque l’ho ancora». Quando parla dell’omicidio di Mariangela Rubino, uccisa sul treno, addirittura piange, pensando alla figlioletta della sua vittima. È un killer sì, ma c’è chi è peggio di lui, sostiene. «Qui sono in mezzo a gente che ha violentato bambini - protesta -. Ma come si fa a pensare di fare del male a un bambino? Non posso resistere qui, non posso neanche guardarla in faccia, certa gente». Eppure riesce a decidere la sua pena: «O ritengono che sia colpevole, e allora mi devono sopprimere subito, oppure decidono che sono malato». Un malato che però uscirà. Tra due anni.