La bimba irachena ferita torna a casa, cure inutili

Simone Turchetti

A Raida, bimba irachena di 5 anni, l’infanzia è stata spezzata due volte. La prima, quando fu investita dalle scheggie di un ordigno, che le hanno impedito di camminare normalmente. La seconda qualche giorno fa, quando ha interrotto le cure che a Roma le avevano permesso di tornare a sorridere, ed è tornata a Nassirya. La piccola, arrivata in Italia a febbraio per iniziativa del contingente italiano e della Regione Lazio, era stata ricoverata al Gemelli, proprio nei giorni in cui nell’ospedale romano era ospite Giovanni Paolo II. I medici però hanno giudicato troppo rischioso operarla. Una volta dimessa, Raida, accompagnata dalla nonna, aveva trovato accoglienza presso l’associazione Kim, che si occupa di bambini malati. Iniziava per la sfortunata bambina un periodo di cinque mesi di intensa fisioterapia, grazie alla quale la sua salute era migliorata, ma senza tornare normale. Al suo arrivo, Raida non si reggeva in piedi e anche dopo le cure era rimasta fortemente claudicante. Ma ogni ulteriore progresso è a rischio. Come racconta il presidente di Kim, Paolo Crespa, «la nonna della bambina ha dato segno di difficoltà, non riusciva più a stare qui e, di fronte ai miglioramenti fisici della nipote, credendoli definitivi, ha deciso di tornare in Irak». Raida ha ancora bisogno di cure, per non vanificare i progressi sin qui fatti. A Nassirya può contare solo su brevi sedute di fisioterapia di due volontarie della Croce rossa italiana, ma non basta. L’associazione Kim sta esplorando la possibilità di far nominare dal tribunale dei minorenni un tutore, farle ottenere cioè un affido temporaneo con il consenso dei genitori. Raida potrebbe così rimanere in Italia e sperare di riprendere a correre e a giocare come gli altri bambini.