La bimba scomparsa che ossessiona il Giappone

Nel romanzo di Randy Taguchi una famiglia, dilaniata da un tragico destino, ritrova i valori della spiritualità

Dalle profondità abissali delle trame narrative giapponesi, popolate di spiriti, sparizioni, morte e sogno, ossessioni e tanto, tanto autolesionismo - specie nelle opere delle giovani scrittrici - giungono ogni tanto echi di letteratura non soltanto comprensibili anche a noi occidentali, ma persino affini. È il caso, tanto per fare un esempio, della trilogia di Ring ideata da Hideo Nakata e divenuta un blockbuster globale. Ed è il caso di Antenna, secondo romanzo di Randy Taguchi appena tradotto egregiamente da Gianluca Coci per Fazi (pagg. 304, euro 16). Taguchi è il prototipo della giapponese postmoderna, tanto che se non fosse vera parrebbe uscita da un saggio sociologico: nata nel 1959, pubblicitaria di formazione, pioniera della comunicazione on line, creò già undici anni fa un web magazine - oggi si chiamerebbe semplicemente blog - letto da oltre centomila persone. Per quegli anni un record.
È da internet che Taguchi ha appreso come si muovono i sotterranei della mente dei giovani giapponesi. E ha riversato il contenuto di questo download psicologico in una quindicina di romanzi di straordinario successo prima nel suo Paese, poi nel resto del mondo. Presa elettrica, il precedente successo di Taguchi (Fazi), ha venduto un milione di copie e da Antenna è stato tratto un film omonimo presentato due anni fa al Festival di Venezia. I due romanzi fanno parte di una trilogia che l’autrice ha dedicato a spiritualità, sesso e tecnologia - somma «triade» che sovrintende ai quotidiani tormenti contemporanei - e che si è chiusa con Mosaico, di prossima pubblicazione da noi.
Il film aveva ottimamente reso in immagini quel sentimento tutto giapponese di ignoto incombente, pregno di potenti simboli di morte, e insieme portatore di mutamenti estremi e di estrema pace interiore di Antenna: «Randy è capace» dice Banana Yoshimoto, che di Taguchi è anche amica, nella prefazione al romanzo, «di descrivere l’orrore più intenso con la stessa distaccata innocenza di un bambino che fa merenda». Il nodo del racconto è legato alla scomparsa di una bimba di sei anni, Marie, in una notte di primavera, nel periodo di piena fioritura dei ciliegi. Marie scompare senza lasciare tracce fisiche. Scompare come se non fosse mai esistita. E dà vita così a una serie di differenti elaborazioni del lutto che altro non sono se non straordinarie rappresentazioni metaforiche della nevrosi del vivere: la madre di Marie si abbandona al fanatismo religioso. Il padre alla morte. Il fratellino alla psicosi. Il fratello maggiore Yuichiro, voce narrante del romanzo, al selfcutting, ovvero si infligge tagli sul corpo, ossessionato dal ricordo di Marie. A guarirli interverrà Naomi, una «conturbante mistress sadomaso» e un regista che imporrà a Yuichiro sedute di ipnosi regressiva. Ma le pagine di Taguchi paiono rivelare una sola, grande paura, che l’autrice fa ripetere a gran voce a uno dei protagonisti: che il ventunesimo secolo possa essere ricordato soltanto come «il secolo della depressione».