Bimbi ebrei battezzati Tutta la verità sul ruolo della Chiesa

La contro-inchiesta di Tornielli e Napolitano ricostruisce il caso delle conversioni forzate negli anni ’40

Il 28 dicembre dello scorso anno, un documento pubblicato sul Corriere della Sera riaccendeva la polemica sul presunto antigiudaismo di Pio XII. In base a quella testimonianza, il 20 ottobre 1946, la Santa Sede avrebbe inoltrato al nunzio apostolico di Parigi, Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro papa Giovanni XXIII), istruzioni relative ai minori ebrei affidati a istituzioni e famiglie cattoliche durante gli anni dell’Olocausto, e poi richiesti dalle famiglie di provenienza e da istituzioni ebraiche. Secondo la ricostruzione suggerita, che rapidamente provocava reazioni indignate sulla stampa italiana e internazionale, Papa Pacelli avrebbe rifiutato di consegnare i piccoli ebrei scampati allo sterminio ai loro legittimi genitori. La ricostruzione del quotidiano conteneva alcuni gravi errori di fatto e d’interpretazione, come avrebbe rivelato la contro-inchiesta redatta da Andrea Tornielli sul Giornale nelle settimane successive, ora disponibile integralmente nel volume a firma di Tornielli e di Matteo Napolitano (Pacelli, Roncalli e i battesimi della Shoah, Piemme, pagg. 192, euro 11,50). In primo luogo, il documento esibito dal Corriere portava la data del 23 e non del 20 ottobre. In secondo luogo, quel documento risultava essere una semplice glossa delle direttive vaticane, preparata dalla nunziatura parigina, ad uso dei vescovi francesi. Infine, il pezzo archivistico risultava mutilo di due pagine, che riportavano le autentiche istruzioni della Santa Sede, elaborate, per diretto impulso di Pio XII, sulla base di un parere del Sant’Uffizio il 28 settembre. In quella nota, l’attenzione era rivolta non tanto alla restituzione dei bambini ebrei battezzati alle loro famiglie, impossibile da attuarsi secondo le disposizioni del Diritto canonico che ne vietava l’affidamento «ad istituzioni che non possono garantire l’educazione cristiana di essi», quanto alla sorte dei piccoli israeliti, privi del sacramento, ma che «essendo stati affidati alla Chiesa, che li ha presi in consegna, non possono ora, essere dalla Chiesa abbandonati o consegnati a chi non ne avesse diritto». In questo caso, il problema da religioso si trasformava in giuridico e politico. Nell’affrontare il problema della restituzione, la Chiesa si trovava a non poter disporre di un interlocutore legittimo, che non poteva essere individuato nelle molteplici istituzioni ebraiche, profondamente divise e spesso in aperto conflitto tra di loro, ma tutte egualmente prive di un valido titolo giuridico atto a giustificare la riconsegna degli orfani. In presenza di genitori giuridicamente capaci di rivendicare il diritto della loro paternità, diverso era stato il comportamento della Chiesa e dello stesso pontefice, che, già nel 1944, si era attivato per consentire il ricongiungimento delle famiglie divise dall’Olocausto. Il fumus persecutionis contro Papa Pacelli manifestava un atteggiamento neo-illuministico, che tendeva a leggere la vicenda del 1946 alla luce di altri episodi del passato, quando, tra XVI e XIX secolo, il proselitismo della Chiesa si era spinto a promuovere e a tollerare la conversione coatta di fanciulli appartenenti a diverse confessioni.