Bimbo appena nato gettato nell’immondizia

Alessia Marani

Uccide il suo bambino subito dopo averlo dato alla luce. Prima l’ha infilato in un sacchetto di plastica, poi l’ha gettato vicino a un cassonetto della spazzatura. Lei, una nigeriana di 29 anni, a Roma da un anno e mezzo con regolare permesso di soggiorno, è ora piantonata all’ospedale Pertini dov’è stata trasferita dal Villa Irma in seguito a una grave emorragia post parto. Dovrà rispondere delle pesanti accuse di infanticidio e occultamento di cadavere. Anche se gli agenti della squadra mobile capitolina stanno ancora vagliando la posizione di altri due connazionali che vivono nello stesso appartamento della donna e soprattutto quella di un terzo uomo, che lei stessa - sebbene non risulti sposata dai documenti - avrebbe indicato agli inquirenti come il «marito» e che al momento risulta uccel di bosco. «La straniera - spiega Giovanna Petrocca, a capo della seconda sezione della mobile - parla italiano a stento. Non ha fornito indicazioni precise. Sicuramente qualcuno l’ha aiutata a partorire, visto che il cordone ombelicale era stato reciso e ci sono segni evidenti di una frettolosa pulizia della casa».
Un «fattaccio» avvenuto nella serata di sabato al Casilino. Da un’abitazione di via dei Giardinetti arriva una chiamata anonima al 118 che segnala una donna con atroci dolori e riversa in una lago di sangue. Quando i sanitari piombano sul posto, la straniera ha quasi perso conoscenza. Viene immediatamente trasportata al pronto soccorso del Policlinico di zona, entra in sala poco dopo le 23. È un codice «rosso». La ginecologa che è di turno la visita, sutura la ferita, tampona l’emorragia. Non ha dubbi: è una grave crisi di chi ha appena partorito, altri minuti e la neo mamma sarebbe morta. Ma il bambino dov’è? Del piccolo nessuna traccia. Gli ambulanzieri sono sicuri: nell’abitazione c’erano solo la paziente e altri due nigeriani. Il medico non perde altro tempo e avvisa il 113. Pochi minuti e nella casa tugurio della donna si precipita la prima volante. All’interno i segni evidenti del parto avvenuto da poco, nel bagno ancora gli stracci intrisi di sangue. I due dicono di non sapere nient’altro, che hanno trovato la coinquilina in quello stato al rientro e di avere subito chiamato soccorsi. Inizia una frenetica ricerca. Ma ai poliziotti non tocca fare molta strada prima dell’agghiacciante scoperta. Sul marciapiede, all’altezza del civico 130 della stessa via, nascosto dietro un cespuglio vicino a un raccoglitore dell’immondizia, spunta il sacchetto di plastica, ben annodato. Dentro il corpicino ormai senza vita. Stando a quanto ricostruito dagli investigatori di San Vitale con l’aiuto dei medici ospedalieri, la nordafricana avrebbe partorito al settimo mese di gravidanza, quindi sarebbe entrata in setticemia. Da verificare, però, se il bambino fosse già nato morto prima di essere chiuso nella busta. Ipotesi che i medici non si sentono di escludere del tutto. Dubbi che chiarirà l’autopsia. Certo è che della piccola la mamma si è disfatta in tutta fretta poche ore dopo averla messa al mondo. «Decine di nordafricani - raccontano alcuni residenti di Giardinetti - hanno colonizzato parte della via. Vivono in condizioni fatiscenti. Gli uomini fanno poco o nulla, spesso si limitano ad accompagnare le donne sui marciapiedi di via Prenestina o di via di Tor Pagnotta per poi andarle a riprendere». Perché disfarsi del piccolo in maniera tanto orribile? «Per ignoranza, perché spesso gli extracomunitari restano fuori dalla rete sociale e non sanno come agire in difficoltà», dice il sociologo Mario Morcellini. Raffaela Milano, assessore alle Politiche sociali, ricorda che «in Italia si può partorire un figlio in ospedale in completo anonimato e senza obbligo di riconoscerlo». Lo stabilisce la legge.