Il bimbo è del prete Lo incastra il test dna: ora deve mantenerlo

Choc nel Veneto. La storia svelata da <em>Panorama</em>: il sacerdote ha sempre negato le responsabilità. Ora il figlio porterà il suo cognome. E' il primo caso in Italia

Don Paolo non parla. Non lo ha mai fatto in questi nove anni. Sapeva che quel bambino esisteva. Appena nato lo era anche andato a trovare in ospedale, lo aveva battezzato e poi era sparito. Forse non pensava che un giorno quella donna avrebbe trovato il coraggio di andare in tribunale per accertare la paternità. Tutta colpa di don Sante Sguotti forse, che uscì allo scoperto riconoscendo il figlio avuto dalla sua innamorata.

Lei ha cinquant’anni e fa la psicologa, il suo bambino oggi ha nove anni e il padre è lui, don Paolo Spoladore, prete padovano. L’anno scorso è partita la causa per il riconoscimento della paternità che si è conclusa con la sentenza del 28 settembre. Si tratta di una sentenza senza precedenti in Italia. Mai infatti un giudice era arrivato a stabilire la paternità di un sacerdote. Secondo quanto anticipato da Panorama, il giudice del tribunale per i minori di Venezia, Maria Teresa Rossi ha stabilito che il bambino dovrà assumere il cognome del padre in aggiunta a quello della madre e lo affida alla stessa, disponendo per il padre l’obbligo di mantenimento oltre al rimborso delle spese processuali. Durante il processo era stato chiesto a carico del prete un test del Dna, al quale però non si sarebbe sottoposto. Un test fatto in casa, però, avrebbe assunto valore indicativo per giungere al riconoscimento della paternità. Don Spoladore - sempre secondo l’anticipazione del settimanale - non si è mai presentato davanti al giudice e la relazione segreta sarebbe durata tre anni a partire dal 1999 e dopo il parto prematuro, nell’aprile del 2002, era andato a trovare il bambino all’ospedale, lo aveva battezzato e poi non si era più fatto vedere. Nel corso della causa, nel frattempo, il vescovo di Padova, Monsignor Antonio Mattiazzo, nel giugno dello stesso anno aveva deciso la sospensione dal ministero sacerdotale con effetto immediato di don Spoladore «in attesa di ulteriori determinazioni».

Eppure il primo tentativo di uscire dall’ombra lei lo fece pubblicando la storia su un forum cattolico. «È troppo pericoloso per lui far sapere in giro che questo bambino esiste, che è suo figlio», confessava la donna. Dall’altra parte c’è don Paolo Spoladore, classe 1960, parroco della chiesa di san Lazzaro con la passione del rock. Amatissimo dai suoi fedeli, un mito per i giovani. Canta, suona, incide dischi. Otto. Trascina folle grazie alle sue straordinarie doti di predicatore, incanta, affascina. Crea un business enorme. I suoi discepoli lo adorano, «Donpa», come lo chiamano «è l’unico il grado di interpretare alla lettera il Vangelo». Don Spoladore sfrutta le sue capacità, tiene corsi di spiritualità, comunicazione, ipnosi, canto. Negli anni, oltre a coltivare lo spirito dei fedeli, riesce anche a costruire un vero e proprio impero economico.

Il bilancio della società che fonda, la Usiogope Srl chiude con bilanci da favola. Nel 2008 fattura circa 900mila euro. «Mi lasci perplesso perché hai scelto questa strada- scriveva qualcuno sul forum rispondendo alla donna che raccontava il suo dramma-. «In tutte le cose che noi facciamo dobbiamo sempre chiederci se facciamo un piacere a Satana o a Dio - continuava l’anonimo. Ci sono altre strade per arrivare alla comunione, all’amore e alla vita. Non certo questa che ti porta sui giornali. La preghiera è la migliore soluzione».
Chi aveva scritto questo messaggio si firmava «Oraequi», usando uno pseudonimo. Senza il coraggio di venire fuori dall’ombra.