Un bimbo in provetta per il killer ergastolano

Mariateresa Conti

da Palermo

Ha un paio di ergastoli sulle spalle. Per varie vicende, in quanto boss del quartiere palermitano di Resuttana, e come killer di Libero Grassi, il commerciante ucciso a Palermo nell'agosto del '91 perché si era rifiutato di pagare il pizzo. Ma a Salvino Madonia la condizione di carcerato (dal dicembre del '91), per di più sottoposto al rigido regime di sicurezza del 41 bis, non ha però impedito di sposarsi (con la figlia del boss Ciccio Di Trapani, il 23 maggio del '92, giorno della strage di Capaci, ndr), di avere un figlio, nel 2000, e adesso di dargli un fratellino. Miracoli della fecondazione assistita, negata normalmente alle coppie fertili stando alla nuova normativa in materia, ma concessa con tanto di autorizzazione a lui e alla moglie, che infertili non sono ma che, causa detenzione, non possono «incontrarsi». L'intervento sarà eseguito nella Asl dell'Aquila dove Madonia è detenuto e l’«operazione» sarà eseguita a carico del Ssn.
È destinato a suscitare polemiche il "via libera" alla fecondazione assistita concesso dal Gup di Palermo, Fabio Licata a Salvino Madonia. La richiesta di poter ricorrere a questa procedura per coronare il suo sogno di diventare papà per la seconda volta il boss l'ha presentata due anni fa. Ma solo adesso, dopo un lungo iter, è arrivato il disco verde. Unica clausola, che tutto avvenga all'interno delle mura della casa circondariale de L'Aquila, dove attualmente Madonia è detenuto e nel quale non deve avere contatti con nessuno, e che tutto si svolga in maniera da non turbare la sicurezza della casa circondariale. Ha voluto fare tutto per bene, questa volta, Salvino Madonia. Il concepimento del primo figlio - avvenuto quando lui era in carcere già da otto anni - è sempre stato avvolto da un alone di giallo. Che sia suo, non ci sono dubbi. Il problema è come sia stato possibile, visto che i contatti diretti con i familiari erano espressamente vietati. La giustificazione ufficiale è stata sempre la stessa, quella cioè di avere utilizzato il seme depositato prima dell'arresto, nel dicembre del '91. Una straordinaria preveggenza, quella di Madonia. Stranamente identica, a quella dei boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano, diventati anche loro padri in cattività, nel 1997. Pure loro, chiamati a rispondere della violazione, hanno detto di avere depositato il seme in un'apposita banca con largo anticipo rispetto all'arresto.
Soddisfatto l'avvocato Giovanni Anania, che ha sostenuto Salvino Madonia in questa battaglia: «Credo che questa decisione sia molto importante, un passo avanti e un segno di grande civiltà, che dia una speranza a chi sa che il suo fine pena è mai, che non uscirà più di prigione», commenta a proposito della decisione del Gup di Palermo. Quanto al divieto che sarebbe imposto dalla normativa vigente in tema di fecondazione assistita, l'avvocato Anania spiega: «La legge è fatta per agevolare le coppie che non possono procreare. Se l'uomo è un ergastolano l'impossibilità c'è, perché il mio cliente non può avere rapporti sessuali con la moglie. La sua posizione può dunque essere equiparata a quella di chi non può avere figli».
Un iter lungo e travagliato, quello che ha portato all'autorizzazione per Salvino Madonia. Il boss, come si diceva, ha presentato la domanda nel 2004. E quasi subito è arrivato il via libera della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. A rallentare tutto, la nuova legge sulla fecondazione assistita, che ha inserito il divieto di ricorso all'inseminazione in vitro per le coppie fertili. Un divieto che adesso è stato superato. Non si tratta nemmeno della prima autorizzazione concessa a detenuti. Nel 2002 ha potuto fruire di analogo via libera l'agrigentino Giovanni Avarello, ritenuto il killer del giudice Rosario Livatino. Analoga autorizzazione, proprio all'Aquila, ha avuto qualche anno fa pure un ergastolano catanese.