Un bimbo russo adottato commuove gli americani

Già entusiaste le recensioni per un film che denuncia la corruzione negli orfanotrofi dell’ex Urss

da New York

Dalla Russia con amore. Almeno così dice la Sony Pictures International che sta per lanciare sugli schermi americani, con grande battage pubblicitario, un film prodotto nell'ex Unione Sovietica e parlato nella ligua di Ciaikowski. Raramente uno studio californiano di quel calibro acquista una pellicola russa; ancor più fuori dall'ordinario che la presenti come un vero e proprio cavallo da battaglia.
Ma questo, che viene appunto dalla Russia ed è animato da un profondo amore per i bambini abbandonati, ha già strappato lacrime ed applausi al Festival del cinema di Chicago e a quello di Toronto dove, a detta di un critico canadese, «ha dimostrato di essere una pellicola che farà parlare di sé». Un film con un cuore grande come quello del vecchio cinema italiano.
S'intitola difatti The Italian e farà parlare di sé anche nel nostro Paese. Nel suo debutto alla regia, il giovane regista Andrei Kravchuk narra la storia di un bimbo abbandonato che sta per essere adottato da una coppia di italiani. Benestanti e senza figli, arrivano all'istituto dove vive Vanya, sei anni. Biondo, bello e ben educato, viene subito scelto tra decine di ragazzini con gli occhi tristi e un cuore senza speranza.
Ma l'orfanotrofio, ricostruito nel (vero) Lesogorky di Leningrado, come molti altri in quel Paese è coinvolto nel mercato nero delle adozioni illegali, di cui fin troppo spesso si legge sui giornali, e dove ha una parte non secondaria l'onnipresente corruzione ex sovietica. Infatti. Anche qui la corruzione ha un volto: il direttore (interpretato dall'attore Yuri Itskov) che intasca soldi per ogni bambino piazzato a una famiglia italiana; e quello della broker (l'attrice Maria Kuznetsova) che arrangia sottobanco le adozioni. Una donna senza scrupoli che si fa chiamare Madame.
Se cinquant'anni fa era l'Italia ad affrontare film sul commercio illecito dei bambini, oggi tocca alla nuova cinematografia sovietica rivolgere le proprie cineprese sul dramma dei bambini rivenduti. Nel film, che debutterà venerdì nelle sale di New York e di Los Angeles per poi uscire in tutte le città americane, Kravchuk ha saputo raccontare i retroscena più drammatici di questa nuova realtà degli orfani dell'Europa dell'Est. All'interno dell'orfanotrofio due fazioni si combattono per intascare i soldi delle adozioni illegali. E anche i ragazzini hanno creato una gang che si incontra segretamente nella cantina dell'istituto.
Dopo la scelta della coppia, che promette di tornare a prenderlo, gli altri cominciano a chiamare Vanya «l'italiano» senza nascondere la propria invidia: sanno di essere destinati a una vita fatta di prostituzione e piccoli furti, a un futuro grigio come il cielo di Leningrado, mentre lui andrà a vivere nel sole e nel caldo mediterraneo dell'Italia. Ma Vanya non cede alle lusinghe del direttore e di Madame, che gli promettono un futuro splendido: vuole trovare sua madre. Per farlo deve imparare da solo a leggere, per decifrarne il dossier con i dati anagrafici, nascosto sotto chiave nell'ufficio del direttore.
Come in un romanzo di Dickens, Vanya (interpretato meravigliosamente da Kolya Spiridov) farà di tutto pur di rubare quel fascicolo; se l'infilerà sotto la giacchetta troppo leggera per il freddo della Russia e scapperà su un treno alla volta della provincia, dove spera di conoscere la mamma e di convincerla a tenerlo con sè. Lo inseguiranno il direttore (che non vuole perdere la percentuale illegale sull'adozione), la polizia e i funzionari dell'orfanotrofio, terrorizzati di venire smascherati. Dopo anni e anni di denunce sul dramma di questo orribile mercato nero le adozioni russe sono adesso nel mirino dell'Aia, che ha promulgato una nuova legislazione per regolamentare i casi di accoglimento internazionale.
«Kravchuck ha girato una storia moderna, contemporanea e meravigliosa», ha scritto il critico del Chicago Tribune. «Una storia che è una favola ma anche lo specchio della tragedia vissuta da migliaia di orfani del terzo mondo. Ma non solo di quello».