Bimbo sequestrato, tutta la famiglia interrogata in questura

I fratelli del bambino rapito scrivono due lettere commosse al piccolo: «Ti vogliamo bene, ti aspettiamo per divertirci con “Lancia il bimbo”»

nostro inviato a Parma
Il primo appuntamento per liberare il piccolo Tommaso è in prigione. E, come direbbe qualcuno, basta la parola: il carcere di Parma, ironia del destino, sorge in una strada che si chiama via Burla. Lì ad attendere i magistrati «invisibili» della Dda di Bologna ieri mattina c'era un pentito. Racconta di presunte, progettate rapine e sequestri lampo di cui qualcuno gli avrebbe parlato in carcere, Pasquale Gagliostro, 46 anni, ex pesce piccolo di un clan calabrese. L'obiettivo doveva essere a Parma. Trascorrono un paio d'ore, ma pure stavolta sembra tempo perso. Anche per la pm Lucia Musti arrivata per l'occasione dai suoi uffici felsinei.
Il pentito Gagliostro è un personaggio in chiaroscuro. Sua nipote lo liquida con poche battute: «Non credo a niente di quanto sta dicendo mio zio. Non lo reputo attendibile come collaboratore di giustizia». Gli inquirenti lo ascoltano. Non lo definiscono inaffidabile, ma si muovono con cautela. Qualcuno ricorda che Gagliostro è amico intimo di quella chiaroveggente che nei giorni scorsi offriva il proprio «pendolino» per ritrovare magicamente il bimbo di 17 mesi rapito. Insomma, non sembra davvero lì la svolta di questa brutta storia. Lo si intuisce dai volti perplessi degli investigatori e dalla loro fretta di «scappare», alla fine del colloquio. In questa storia, finora, c’è una sola cosa certa: Tommaso Onofri è stato portato via da casa cinque giorni fa e di lui non si sa più nulla.
Le vittime, ovvero i genitori di Tommaso, intanto cercano conforto, sono in Vescovado dove li attendeva il vescovo di Parma monsignor Cesare Bonicelli. Lo stesso presule che già all'indomani del sequestro aveva lanciato un appello ai banditi, una preghiera ribadita ancora durante l'omelia di domenica. Poi marito e moglie si sono trasferiti: li attendeva un colloquio con lo psicologo Fabio Groppi, messo a loro disposizione dal Comune.
I portoni della questura, rimasti sprangati tutta la mattinata, alle tre del pomeriggio si riaprono. C'è un corteo di auto da far entrare. Ovvero il passato e il presente del direttore del più grosso ufficio postale di Parma, Paolo Onofri. Arriva lui, con la moglie Paola. Dietro, eccitato e quasi fiero di un clamore che lui non può capire, il figlio di otto anni Sebastiano. Ma non solo. Alla riunione di famiglia partecipano anche la prima moglie di Onofri, Francesca Traina, insieme col figlio Carlo Alberto, il ragazzino oggi quindicenne che aveva adottato da piccolo all'orfanotrofio di Piacenza prima di lasciare il marito. E poi il sindacalista, pure lui, Claudio Borghi, l'amico ormai fraterno che da cinque giorni vive in simbiosi coi genitori dell’ostaggio che chiedono solo di riavere il proprio bambino tra lacrime e minacce.
Eppure qualcosa non quadra, almeno per gli inquirenti. Lo ammettono, fuori dall'ufficialità, gli stessi investigatori. Interrogatori su interrogatori, confronti, parenti, amici conoscenti, tutti convocati negli uffici della squadra mobile con una cadenza che sembra scandita da un metronomo. Come se la chiave del giallo la si stesse cercando in un ambito ristretto, vicino alla cerchia dei conoscenti più prossimi se non addirittura di qualcuno legato da vincoli di sangue. Ma non ci sono indiscrezioni. Il pm Pietro Errede risponde quasi enigmatico: «Il dicibile ve lo possiamo dire, quello che non possiamo non lo dovete chiedere».
L'avvocatessa di famiglia, Claudia Pezzoni, ieri ha confermato: «Si tratta di un sequestro a scopo d'estorsione». Ma se non ci sono soldi per pagarlo? «Be’ - la risposta - ogni italiano potrebbe versare un euro». Come dire, lo Stato potrebbe pagare il riscatto. E poi ci sono le strane telefonate, intercettate dagli investigatori, tra Parma e la Sicilia. Qualcuno sussurra di denaro gestito male dal direttore delle Poste Paolo Onofri, soldi che potrebbero aver spinto qualcuno a volersi vendicare, magari, proprio rubandogli, il bambino. In cambio del saldo. Ma siamo, come ormai dall'inizio, nel campo delle illazioni. Rotte, però, da una luce nitida e innocente. Sotto forma di lettera, quella che Sebastiano ha scritto a Tommy: «Caro Mommi, in questo momento ti vorrei dire che ti voglio tanto bene. Prego i rapitori, chiunque sono, di restituirmelo. È malato e ha bisogno di medicine e se si sospendono per due o tre giorni potrebbe avere delle crisi». Avrebbe voluto leggerla lui, ma lo stavano interrogando i magistrati Antimafia.